Fumetti

Blast from the Past I (Rebirth) – Vitamorte

Ritorna, o meglio, rinasce la rubrica Blast from the Past (dov’è che l’ho già vista?)! Come iniziarla al meglio se non con una storia recentemente riproposta da Panini e ritenuta, a torto o a ragione, un “classicone” della golden age mutante?

Ma facciamo un balzo indietro.

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Prologo

Recentemente ripubblicata sotto l’egida dei Grandi Tesori Marvel, la collana in formato extra-large della Panini che si occupa di (ri)stampare capolavori vecchi e nuovi del mondo Marvel, Vitamorte si caratterizza, principalmente, per due elementi fuori dall’ordinario:

  1. La presenza di Chris Claremont, Padre degli X-Men “moderni” (la sua pluriennale run dovrebbe essere insegnata nelle scuole di ogni grado), amante delle trame barocche e, oltremodo, complesse. Inutile dire, scontato invero, come anche il suo stile risenta di questa impostazione, uno stile verboso, fin troppo (specie per le sue produzioni post anni duemila) e talvolta fin troppo didascalico e descrittivo.
  2. La presenza del più grande disegnatore del periodo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ovvero Barry (Windsor) Smith, il quale lo ricordiamo (anche) per Conan The Barbarian (Marvel Comics, circa 1970). Opera che permise al disegnatore di affrancarsi dallo stile dominante all’epoca in casa Marvel, peccato che le versioni moderne (ricolorate) di Conan non rendano giustizia all’evoluzione stilistica di Smith, lontano dal diktat kirbyano della Casa delle Idee (vedi, tra le altre cose, X-Men 53).

Uno stile dinamico, che sembra quasi richiamare il naturalismo e l’Art Nouveau, impossibile non scorgere l’organicità (intesa in senso anatomico-umano) del suo tratto, un trademark che si rinviene soprattutto in alcuni primi piani e nei volti dei personaggi. Semplicemente inconfondibile, o come direbbe [M.M.] Lupoi: “[uno stile in cui] il dinamismo si mescola alla staticità in un balletto continuo di invenzioni grafiche“. Persino il modo in cui disegna la pioggia meriterebbe riconoscimento, una dovizia di particolari davvero inusitata per l’epoca e non solo.

Passiamo a esaminare brevemente l’edizione messa in campo da Panini

L’edizione italiana contiene esclusivamente Vitamorte I (Uncanny X-Men 186 – Gli Incredibili X-Men 12, del giugno 1991, pubblicato da Star Comics) e Vitamorte II (Uncanny X-Men 198 – Gli Incredibili X-Men 16, del novembre 1991, pubblicato anch’esso da Star).

Diversamente, per gli amanti della lingua di Albione, la maggiormente corposa edizione americana contiene altresì tre ulteriori storie (non correlate a Vitamorte):

  • Lupo ferito, ripresa da Uncanny X-Men 205, già vista è contenuta (solamente) nell’edizione ‘Le Grandi Saghe’ (o su Gli Incredibili X-Men 19), di Arma-X, la quale funse da prologo a tale storia.

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  • Malice, estratta da Uncanny X-Men 214, contenuta ne Gli Incredibili X-Men 23 e anche nei brossurati relativi al crossover ‘Massacro Mutante’ .

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  • La collera di Blastaar, una delle primissime storie disegnate da Smith, contenuta in Uncanny X-Men 53 del 1969, molto distonica rispetto ai suoi successivi lavori, utile per capire il suo primissimo stile di disegno. La possiamo leggere in due modi, o sul Masterworks 5 degli X-Men, oppure ancora su Capitan America 57 dell’Editoriale Corno.

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In ogni caso la nostra edizione si mostra maggiormente fedele al titolo dell’opera, ed anche al tipo di supporto fisico utilizzato, lasciando al di fuori materiale che, per quanto valido, risulta essere un mero filler.

Andiamo adesso a esaminare Vitamorte I per capire quali ragioni hanno portato Panini a riesumare una storia sì bella, e carica di significati nascosti (una cosa che Claremont era molto bravo a fare all’epoca), ma se vogliamo neanche così tanto seminale. Sicuramente non può considerarsi al livello di altre saghe di X-Chris, forse può esserlo in relazione ad altri prodotti di quel periodo, ma anche qui mi sembra un azzardo (vedi Daredevil: Rinascita e L’Ultima Caccia di Kraven). Forse se le cose fossero andate diversamente (meglio infra)…

Ma facciamo un passo indietro, stavolta story-wise, andiamo all’antefatto delle vicende raccontate su UXM 186, cercando di capire bene come possa un semplice numero, quale il 185, collegarsi alla maxi-storia successiva di cui in argomento.

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Prologo: Gyrich, Tempesta, Forge e Rogue, ovvero “Nemico Pubblico”

Tralasciando i numeri precedenti (n.d.r. nel #180 assistiamo al cambio di look di Ororo, i fan di vecchia data sanno di cosa sto parlando) a questo, i protagonisti sono sicuramente Rogue e Tempesta, da un lato, Gyrich e Forge, dall’altro. Ricordo, altresì, la predilizione che ha Claremont per i personaggi femminili, specie quelli creati da lui (ad esempio Rogue e Kitty).

Volendo includere anche il numero 184, possiamo riassumere il tutto così: Valerie Cooper, assistente speciale al consigliere del Presidente per la sicurezza e Raven Darkholme, alias Mystica nel ruolo di addetta al servizio di ricerca piani avanzati di difesa, incontrano Forge, mutante con la capacità di creare e inventare dal nulla qualunque oggetto e che ora lavora per il governo degli U.S.A. e il Ministero della Difesa.

Forge dice alle ospiti che il governo americano è in guerra con gli Spettri Neri, una razza extra-terrestre il cui loro nemico, il Cavaliere dello Spazio ROM, utilizza un Analizzatore per localizzarli ed un Neutralizzatore per respingerli in un’altra dimensione. Su richiesta del governo di simulare le armi di ROM, Forge ha creato un localizzatore di mutanti e un Neutralizzatore di poteri mutanti che riporta il soggetto colpito ad essere umano, privandolo del gene X. Nel frattempo a New York City Tempesta, Wolverine, Colosso e Nightcrawler, insieme a Sole Ardente, cercano di fermare il Drago giunto con loro dal ritorno del pianeta dell’Arcano dove si sono svolte le “Guerre Segrete” (primo vero crossover della Casa delle Idee in risposta a Crisi sulle Terre Infinite della DC).

Intanto Rachel Summers arrivata da poco nel nostro tempo dal futuro si scontra con la mutante Selene, una vampira psichica, ma viene salvata dall’intervento di Tempesta, Colosso, Nightcrawler e Rogue che confidando troppo nei suoi poteri rischia di venire a sua volta assorbita ma con l’intervento del Professor Xavier il pericolo viene scongiurato. Rachel vedendo Tempesta in versione “punk” (cambiamento già accennato supra) e il Prof. X camminare crede di essere arrivata nel tempo sbagliato e perde conoscenza.

Andiamo al numero successivo.

I riflettori sono puntati, chiaramente, su Rogue. Al Pentagono Henry Peter Gyrich sta organizzando una Task Force con il compito di assicurare alla giustizia la bella mutante (toccherà aspettare Jim Lee per ottenere quel look che ancora oggi Anne Marie si porta dietro), benché questa non appartenga più alla Confraternita dei Mutanti Malvagi [di Magneto], essa ora è parte del gruppo degli X-Men.

Sicuro di riuscire nel suo intento, grazie al Neutralizzatore progettato da Forge (il quale si era basato sulle armi di ROM, personaggio oscuro della Marvel degli anni ’80, nella battaglia con gli Spettri Neri), e avuto con la complicità di Valerie Cooper, all’insaputa di Raven (Mystica) che irrompe nella sala scoprendo la verità.

Mentre Rogue si rilassa al Sole sulle sponde del Mississippi viene raggiunta da Ororo preoccupata della sua instabilità e nervosismo a causa dell’incontro avuto con Michael Rossi, ex-fidanzato di Carol Danvers (n.d.r. ritenuto morto nel numero 97 ma, grazie ad una ret-con di Claremont e Bolton su una delle tante backstories di Classic X-Men, si viene a scoprire che è di fatto ancora vivo) di cui Rogue ne ha assorbito poteri e psiche (n.d.r. Che bel periodo per i mutanti, mi scende quasi una lacrima).

Ma durante questo incontro vengono attaccate dalla Task Force del Pentagono e Rogue, colpita dal Neutralizzatore, cerca di fuggire mentre Ororo giace a terra svenuta. Risvegliatasi, nel tentativo di salvarle la vita, Tempesta è colpita a sua volta dal Neutralizzatore. Gli Spettri Neri (nemici giurati di ROM, i quali verranno successivamente reintrodotti da Claremont) assistendo all’evento e vedendo il Neutralizzatore in azione decidono che Forge deve morire hic et nunc. In tutto questo baccanale di spari e urla, Forge, colmo di tristezza per quanto accaduto, salva Ororo per portarla nel suo palazzo.

Inizierà nel numero successivo Vitamorte (I).

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Interludio

Ed è qui che scatta qualcosa nella mente di Claremont: cambia il disegnatore (un JrJr al top della sua forma, che mai ritroverà negli anni successivi) e l’inchiostratore (da Dan Green a Terry Austin), vede in BWS il viatico per costruire una storia struggente, una storia da lui e fatta per lui, la storia di una Dea decaduta, una Dea costretta a camminare sulla terra, poiché incapace di librarsi di nuovo in volo. Una storia onirica per il tramite di un disegnatore, per certi versi, surrealista.

BWS dal canto suo era appena ritornato nel mondo mainstream della Marvel, specie dopo i ruggenti anni su Conan, da ritenersi non solo una “palestra” per il suo stile artistico ma come vera e propria folgorazione sulla via di Damasco, in modo non dissimile da Paolo di Tarso, per il disegnatore.

Barry era tornato, e aveva portato con se uno stile mai visto (in modo non dissimile da quello che poi approdò anni dopo per il tramite di Jim Lee o, volendo essere più storici e “terrestri”, come il rapporto tra i Fenici e la porpora) era infatti il 1984 e Smith sarebbe rimasto alla Marvel per sette anni. Sette anni poveri, invero, di contenuti seriali o mensili, ma qualitativamente eccelsi. Insomma, pochi ma buoni, anzi eccellenti.

Sette anni che avrebbero fatto da spartiacque al medioevo del fumetto, ovvero i temibili anni novanta, che BWS avrebbe poi, mortalmente, odiato (n.d.r. si vedano i suoi commenti nei confronti di Jim Lee, Todd McFarlane e Rob Liefeld), ma il 1991 non era ancora arrivato e Smith si poneva sulla scena con una prepotenza,un tratto ed uno stile mai visti all’epoca, ed il mondo del fumetto non era pronto per questo repentino cambiamento.

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Vitamorte I – Una love story invisibile

Inutile dirvi che la storia si apre con Ororo, ancora stordita, che si sveglia nel palazzo di Forge, situato a Dallas, la cosa è strana, e diventa ancora più strana se pensiamo un attimo al fatto che né Forge né Tempesta si sono mai visti prima di questa storia (rectius, del finale di quella precedente), quest’ultima non solo non si chiede manco dove si trovi, o perché Forge fosse presente sulla scena con una dozzina di agenti SHIELD, mentre lei era impegnata a sopravvivere, ma, anzi, si dimostra fin da subito gentile e ben disposta nei confronti del suo “Salvatore”, Forge.

Se solo sapesse…

Ed è proprio la tacita accettazione di questi elementi, nello specifico la non-conoscenza dei due, a fare da “sottotitolo”, se vogliamo, a Vitamorte I, ovvero “una storia d’amore”. Dalla conoscenza al rispetto reciproco, dall’innamoramento al fugace amore, dal tradimento alla rottura e al susseguente abbandono. Questa è la metafora che si sente in sottofondo a Vitamorte I, impalpabile ma presente, muta ma udibile ai più attenti.

Un ulteriore elemento, da non sottacere, riguarda il rapporto tra Ororo e i suoi poteri. Claremont non si dimentica neppure di questo dettaglio.

Riavvolgiamo il nastro fino a Giant Size X-Men 1, primo vero reboot mutante, ormai datato 1974. In tale numero, scritto dal compianto Len Wein, Xavier decide di servirsi dei poteri di Ororo e le offre un “negozio conveniente” (n.d.r. citazione presa direttamente da Fuoco Cammina con Me), il mondo in cui è adorata come una divinità (ovvero il Kenya, con relativi sacrifici animali annessi) per un mondo in cui sarà, tutt’al più, odiata come una diversa. Ma vi è un vantaggio, Ororo crescerà e smetterà di vivere nella sua campana di vetro “personalizzata”.

Il sinallagma funziona (e così doveva essere, poiché Wein mica ci ha raccontato che fine han fatto i seguaci di Ororo, in Kenya chiaramente).

Successivamente, verosimilmente a cavallo di UXM 179/180, Ororo abbandona le vesti (fisiche) della divinità per un look maggiormente moderno e ribelle, accompagnato anche da un nuovo taglio di capelli (n.d.r. il taglio di capelli nell’immaginario femminile vuole essere sempre letto come un cambiamento per la persona). Interessante notare come il cambio di look, orchestrato da Claremont e dal disegnatore di quel tempo, Paul Smith, fosse basato sulla decisione di Walt Simonson (ve lo ricordete per quella run da “due soldi” su Thor) di tagliarsi barba e capelli, rinnovando così il suo look.

E qui in Vitamorte I vediamo un’altra Ororo…

La Dea è infatti nuda, esposta, vulnerabile al mondo, ha paura di questo mondo, il quale viene ora visto da una prospettiva diversa, non più dall’alto verso il basso, non più troneggiando sui suoi sudditi. Bensì dal basso, con lo sguardo verso quello che una volta era il suo regno, il cielo. Di quanto scritto si ha un tangibile riscontro nelle prime pagine della storia, dove una Tempesta ormai depotenziata e catatonica si chiede che senso abbia vivere senza poteri, dato che erano proprio questi a definire la sua stessa esistenza.

Lo stesso utilizzo di Vitamorte in luogo di Vita Morte (o Vita & Morte) fa fin da subito capire come i due temi siano indissolubilmente legati l’uno all’altro, nel senso che non può esistere il primo senza il secondo (e viceversa). Il medesimo ragionamento può poi applicarsi ai personaggi di questa storia, Ororo coi suoi poteri si sentiva viva (e potente) e senza questi si sente ormai distrutta, priva di ragion d’essere, svuotata.

Allo stesso modo Forge, genio mutante, inventore e creatore di splendide macchine, in questo momento è anche l’artefice della “morte” di Ororo Munroe. Oppure il riferimento a Vitamorte può anche cogliersi nello stato catatonico di Ororo, quando questa decide di lasciarsi andare completamente, vista la mancanza di poteri, ad un’esistenza da “non-morta” per così dire.

Claremont ha insomma cercato di realizzare una complessa esplorazione dell’identità di Ororo, il participio passato è d’obbligo in quanto, rebus sic stantibus, la cosa non gli è riuscita totalmente, essendo la storia afflitta da un numero determinato di problemi logici e plot-holes vari, complice anche l’indubbia compressione della storia (che poi resterà anche mozzata nel finale).

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Torniamo a parlare di Ororo.

Questa ha perso i suoi poteri cercando di aiutare Rogue, che stava avendo la sua crisi di identità in quel momento, incapace di distinguere sempre tra i suoi sentimenti e ricordi da quelli di Carol Danvers (la cui personalità e i suoi poteri sono stati assorbiti in Avengers Annual 10 del 1981). A sua volta anche Forge stava cercando di aiutare il suo governo a catturare Rogue, tuttavia entrambi cadono preda di un’insolita connessione, che porta loro a questa (s)piacevole situazione. Non solo Claremont, ma anche Smith ha partecipato alla stesura della storia, come ricorda lo stesso Chris in Amazing Heroes 75, del 1985, per il tramite di corpose note, indirizzate al primo, tese a spiegare la relazione fra i due protagonisti, il modo in cui avrebbe disegnato le scene ed il perché le avrebbe fatte in quel modo. Tutte idee, come sottolineato dal Claremont, che avrebbero poi trovato sbocco nel draft finale. A maggior ragione, visto l’impegno profuso dai due Maestri, non si capisce come la storia non sia riuscita a colpire il cuore dei lettori.

La storia, come già accennato sopra, non si sofferma solo su Ororo, Forge fa infatti da deuteragonista, e la sua parte inizia immediatamente con il ristoro mentale di Tempesta, la quale decide di voler conoscere un po’ (troppo?) meglio il suo Salvatore. La sua parte poi continua nel tentativo di confortare Ororo per il tramite della narrazione della sua esperienza di vita e di guerra.

Ed è proprio quest’effetto di compressione, a cui già si è fatto riferimento, a far storcere forse un po’ il naso, dopotutto Forge e Ororo non si sono mai visti ma, fin da subito, scatta una scintilla tra i due, i quali iniziano reciprocamente a farsi confessioni, a flirtare e, per una frazione di secondo, a cercare conforto l’uno nell’altro. Ed è proprio questa l’intrinseca, ma fatale, debolezza di Vitamorte, il fatto che Claremont dia per scontato determinati rapporti tra personaggi o, per converso, si limiti a statuire ret-con a suo piacimento. Vi è ad esempio un passaggio in cui Ororo fa una confessione personalissima a Forge (vedi immagine sotto), così personale da non averla mai detta a nessuno, ma perché dirla allora ad un estraneo come Forge? Lo si ricorda, i due non si sono mai visti. Si tratta di un errore non da poco, passi la voglia di focalizzarsi di più sul comparto visivo, e diversamente non poteva (e non doveva) essere, ma la storia non tiene banco fino alla fine, vi sono fin troppe incongruenze, anche nel modo in cui si conclude questo primo capitolo. Senza spoilerare eccessivamente, Ororo si dimostra volubile e bambina fino in fondo, si disinnamora di Forge con la stessa velocità con cui era disposta a lasciarsi cadere fra le sue braccia, il tutto senza dare a questo possibilità di spiegarsi. Anzi, sembra che il personaggio ritorni a possedere una certa arroganza propria del periodo di quando era una Dea (o comunque del periodo Byrniano del personaggio).

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Si sente che il rapporto tra i due era forzato fin dall’inizio, troppo compresso, troppo insicuro, troppo finto, il che non è da Claremont (specie se comparato ai suoi lavori precedenti, non da ultimi quelli con Bolton), specie per uno che ha sempre fatto della caratterizzazione il proprio marchio di fabbrica (cosa che non ha fatto sempre bene all’Autore, vedasi il periodo X-Men Revolution e le sporadiche apparizioni moderne).

In ogni caso basta andare indietro tre numeri, UXM 183, per vedere un dialogo come Claremont comanda, nello specifico tra Kitty e Colosso. Fu la parte relativa al fatto che, durante Guerre Segrete, Colosso, sul pianeta dell’Arcano, si è innamorato di un’altra ragazza.

E così come era iniziata, la storia finisce con Tempesta che si allontana da un Forge “smantellato” a colpi di insulti e distorte verità, in una spirale ascendente di intensità, la Dea se ne va, e forse è meglio così, prima che possa perdere del tutto la propria identità, dato che il senno lo ha già perso. Ed è proprio sulla conclusione che Ororo scopre che anche Forge è, in realtà, un mutante.

Questo primo capitolo è, altresì, inframezzato dalle vicende di Rogue, Gyrich, Val Cooper e gli Spettri Neri, ottime le sequenze d’azione (scritte sicuramente meglio della trama principale), nonché superbamente disegnate, vedasi ad esempio l’immagine qui sotto.

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Vitamorte II – La ricerca della propria identità

Successivamente al finale di UXM 186, Claremont e BWS tornano a fare coppia per il sequel spirituale di Vitamorte che, in puro stile dantesco, ci narra del “purgatorio” di Ororo successivo all'”inferno” del primo capitolo. Ritroviamo infatti Tempesta a casa, in Kenya, nelle (sue) pianure africane, devastate dalla siccità e dalla carestia. Impossibile non scorgere in questo scenario una metafora dell’attuale stato di “vitamorte” di Ororo, che sì è viva, ma forse vorrebbe essere anche morta, vista la mancanza di poteri.

Riuscirà a ritrovare la sua identità nelle terre dove a lungo è stata adorata come una Dea? Seguiteci per farvi una prima idea.

Il numero 198 vede BWS impegnato sia alle chine sia ai colori, diversamente dal primo capitolo, ed il risultato è un qualcosa di massicciamente ipnotico/lisergico, un lavoro che non si può commentare ma merita solo di essere osservato, possibilmente in religioso silenzio. Ai medesimi picchi si arriverà durante il suo lavoro su Arma X.

La storia inizia nell’Africa orientale, dove troviamo Ororo ferita, nonché delirante, nel bel mezzo di una tempesta di sabbia. Trovando riparo in una grotta, ma le sue allucinazioni non smettono, vede infatti:

  1. Gli X-Men, che la costringono a scegliere tra la vita e la morte (n.d.r. nella scena dell’allucinazione si vede Kitty Pryde col suo nuove costume, quello blu, se non fosse che Ororo non ha mai visto quel costume, avendo lasciato gli X-Men nel numero 192, prima che Kitty indossasse quel costume).
  2. Forge, e anche qui si assiste ad una Ororo volubile, addizionata con i medesimi problemi che affliggevano Vitamorte I, prima ama Forge, poi lo odia, poi lo ripudia, poi gli manca.
  3. Infine si immagina Wolverine come Jolly, come uscita dall’incubo che sta vivendo, un trend che sarà poi ripreso in altre storie dei mutanti (indimenticabile, nel bene e nel male, il momento durante il frammento finale di Pianeta X di Morrison, ovvero Phoenix Invictus, disegnato da quel fenomeno di Phil Jimenez).

Sceglie la vita, e quando la tempesta si schiarisce, emerge per scoprire un incidente  causato dalla tempesta di sabbia.

L’unica sopravvissuta è una giovane donna molto incinta di nome Shani, che sta tornando al suo villaggio dopo averlo lasciato per vivere la città. Lei e Ororo viaggiano insieme e, mentre si avvicinano al villaggio, quest’ultima rimane sgomenta dalle attrezzature agricole demolite e da una terra una volta fertile che è stata resa arida e secca.

Quando arrivano, le ferite di Tempesta sono curate dal vecchio del villaggio, Mjnari, che ricorda Ororo dalla sua precedente visita in Africa. Alcuni giorni dopo, Shani va in travaglio e non ha accesso a un ospedale, chiede aiuto a Ororo. Nonostante la sua mancanza di allenamento, questa è in grado di aiutare Shani nella difficile impresa.

Ma c’è un problema, il bambino non respira.

Le abilità di Tempesta riescono a salvare la vita del bambino. Anche senza poteri, la Dea è in grado di fare del bene.

In mezzo alla celebrazione che segue, Ororo osserva il vecchio del villaggio allontanarsi. Seguendolo su un monte vicino, egli spiga a questa le origini del suo villaggio, l’ascesa e la caduta, ma spiega altresì un’altra cosa, che è un po’ anche il leitmotiv di questo secondo capitolo.

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Il villaggio è stato costretto a tornare in armonia con la natura, e ora, per ogni vita nata, un’altra deve spezzarsi. Realizzando che Mjnari intende morire, Ororo si sente in colpa per aver salvato il figlio di Shani, ma lui insiste sul fatto che dovrebbe vedere la nascita del bambino nei suoi stessi termini: ovvero come una nuova speranza per la tribù.

È un ponte tra la vecchia generazione e la nuova, tra ignoranza e conoscenza (e se vogliamo dirla tutta il paragone ben si sposa anche con tutto il rapporto di amore/odio tra gli umani e i mutanti). Mentre Mjnari spira, Ororo capisce che anche lei è un ponte, tra uomo e mutante, e sebbene non possa più volare sopra la terra, il suo cuore e la sua anima si elevano più in alto delle stelle.

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Intervallo

Chris Claremont ha sempre amato Ororo, non lo ha mai nascosto e tra i suoi studi si può scorgere l’origine del personaggio di questa, nonché del suo lignaggio: “L’idea [alla base] è che la madre di Tempesta proviene da una linea di streghe che, in realtà, possono essere ricondotte all’alba dell’umanità. Sono stati in questa parte dell’Africa dall’inizio dell’umanità. C’è molto di più in Tempesta oltre alla semplice capacità di creare venti e di governarli come meglio crede. C’è una sensibilità, un potere, e questo non vuol dire che abbia capacità magiche, ma è erede di una tradizione,un lignaggio di ciò che è incredibilmente in sintonia con la vita. […] quando si definisce una dea, non è un’iperbole totale. In questo senso, forse il suo potere si fonde con la sua eredità nel fatto che lei lavora in sintonia con il pianeta stesso, che quando utilizza i suoi poteri nella massima misura si fonde con la Terra, con lo spirito della Terra. Ritorna anche al suo impegno a non prendere mai una vita durante l’espletamento dei suoi doveri“. (Estratto da The X-Men Companion II, di Peter Sanderson, pagine 46-49).

Tuttavia i problemi che appestavano Vitamorte I si ritrovano anche in questo secondo capitolo, la narrazione eccessivamente compressa, verbosa, con buchi logici non da poco (nonché errori di continuity), volendo dirla tutta un po’ si è perso il senso della prima parte, dato che in origine doveva essere una love story e che, alla fine, è diventata una “castrata” ricerca sull’identità di Ororo, inframezzata da alcuni goffi tentativi di richiamare la schiavitù dei popoli tribali per mano dell’uomo bianco. Riferimenti sociopolitici che già si potevano scorgere nel primo capitolo durante il dialogo tra Forge e Ororo, quando il primo parla delle sue menomazioni e del fatto di aver servito un paese che non gli riconosce il giusto tributo.

Sull’arte di Smith vi è ben poco da dire, maestosa, lisergica, piena di particolari mai visti per quell’epoca, con un dinamismo non indifferente. Ma, tuttavia, forse perfino troppo elevata per quel tempo, quasi come fosse un capolavoro artistico troppo avanti per il suo tempo e, perciò, incapace di essere appieno apprezzato.

Questo è [stato] Vitamorte I/II, una storia che sarebbe potuta essere un qualcosa di davvero elevato, il grandeur di Claremont e Smith, la sorella minore della Saga di Fenice Oscura e Giorni di un Futuro Passato, e che invece è condannata a essere “solamente” uno showcase del livello strabiliante di Smith (che in seguito raggiungerà picchi artistici eguagliati forse solo da pochi altri veterani di quel tempo, tra cui John Byrne) e l’ultima lettera d’amore di Claremont ai suoi mutanti (n.d.r. dato che fu proprio durante la stesura di Vitamorte II che Chris scoprì l’idea di Shooter, e [Louise] Simonson, di voler riportare in vita Jean Grey, cosa che poi accadde a cavallo di Fantastic Four 286 e X-Factor 1, entrambi dei primi mesi del 1986), dato che avrebbe abbandonato la baracca (per divergenze editoriali, o per non spaccare la faccia a Shooter probabilmente) nel 1991, con un capitolo “ironicamente” chiamato ‘Rubicone’ (prima parte del trittico X-Men).

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What If… – Vitamorte III

Qualcosa poi è andato storto nella Casa delle Idee, vuoi fosse la tiepida reazione del pubblico a Vitamorte I/II, vuoi fosse il fatto che Claremont fosse sul piede di guerra con Shooter, unito al fatto che BWS si era già stancato della burocrazia dell’Editore, in ogni caso il terzo capitolo, conclusivo, non vide mai la luce.

Ma BWS non lasciò di certo la sua opera lettera morta, dopo aver constatato l’impossibilità di farla uscire tra il 1989 e 1990, Vitamorte III rimase sospesa nel limbo per circa dieci anni. Intoccata dal tempo.

Fino a diventare una limited series riguardante uno dei personaggi che aveva creato per il gruppo Young Gods all’interno del cosmo Storytellers (anch’essi una sua creazione), sotto la Dark Horse Comics.

Il personaggio si chiamava Adastra e la la serie ‘Adastra in Africa’, fu pubblicata da Smith su Fantagraphics Books nel 1999 (in Italia l’edizione è curata da Kappa Edizioni).

Ma facciamo un passo indietro.

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Nel mezzo dello iato temporale tra il 1986 e il 1999 succede più o meno questo:Smith inizia a lavorare su una storiella da 22 pagina ambientata nel microcosmo di Vitamorte, poco tempo dopo BWS ha un non ben specificato incidente che lo esclude per qualche tempo dalla scena. Dopo essersi ripreso torna su quelle 22 pagine iniziali di Vitamorte III, trasformando quel riempitivo in una più corposa storia di 48 pagine, tuttavia questa viene bocciata dall’Alto Consesso della Marvel per svariate ragioni, tra cui per “apologia di suicidio” (per le motivazioni vedi sotto). Per BWS è l’ultimo chiodo sulla bara, si tiene una notevole mole di materiale prodotto nel cassetto, scrive, disegna, inchiostra e colora Arma X, viene elevato al rango di divinità dell’Artigliato (quasi come Miller) gli anni passano, diventa CCO alla Valiant (pre-Acclaim), pubblica con Dark Horse la serie antologica Storyteller e poi sparisce nel vuoto cosmico, principalmente a causa della brusca virata (leggasi decadenza) degli anni 90 del mondo del fumetto americano supereroistico.

Sulle ragioni concernenti il rifiuto da parte della Marvel vi è il responso diretto di Smith, secondo cui: “[la storia] fu bocciata perché promuoveva il suicidio e i sacrifici umani […] Ma di cosa stiamo parlando, e con chi stiamo parlando? Con dei bambini, se non capite il contesto della storia allora perché leggerla! Pensate che le tribù dell’Africa abbiano mai considerato il sacrificio umano come una sorta di suicidio? Non ci hanno mai pensato, neppure quando stavano per morire per inedia […] Questa è roba profonda, roba biblica. Questo è il sacrificio finale“.

Da questo se ne desume che il problema forse non era neanche la mancata pubblicazione dell’originale terzo capitolo, quanto di risolvere i problemi che affliggevano lo stile narrativo di Claremont, chiaramente inadatto a storie singole o micro-contenute, specie per uno che ha fatto della serialità il suo cavallo di battaglia.

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Few last words

Se siete arrivati fino a qui vi faccio i miei complimenti, in ogni caso l’acquisto di Vitamorte è consigliato soprattutto ai fan di vecchia data del mondo mutante, di certo non è un acquisto (diversamente da Arma X, del medesimo disegnatore e nella stessa collana) che mi sentirei di consigliare ad un neofita del fumetto supereroistico, men che meno ad uno che non mastica il periodo Bronze/Copper della X-Family mutante.

Se tuttavia volete comprarlo solo per rifarvi gli occhi sullo stile unico, e non esagero, di Smith (che ancora oggi disegna, forse meglio di prima, e dipinge) allora l’acquisto dell’edizione gigante è sicuramente doveroso, non solo consigliato.

6.5/10

-Max-

P.S. In ogni caso il retaggio di BWS non è andato perduto del tutto, Steve McNiven (che già conosciamo per Civil War, e per alcune collaborazioni con Mark Millar) pare che abbia sviluppato uno stile non dissimile da quello di BWS. Allego un estratto della sua recente miniserie sul ritorno di Wolverine per dare un’idea.

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