Cinema

Glass – La Recensione

Max ci offre una lucida e approfondita analisi sul film Glass, l'ultimo lavoro di M. Night Shyamalan da giovedì 17 Gennaio al cinema.

M. Night Shyamalan – Genio visionario o semplice fortunato?

Shyamalan è un regista che indubbiamente continua a far parlare di sé, alternando capolavori come Il Sesto senso, Signs, The Village Unbreakable a flop del calibro  de L’ultimo Dominatore dell’Aria. Tuttavia lo spessore qualitativo dei suoi lavori precedenti ha dovuto lasciare il passo al “ciarpame” (si passi il termine) delle sue produzioni più recenti. I paragoni con Maestri del cinema (fu paragonato a Spielberg e Cameron) di ben altra caratura, sono sopiti e di Shyamalan rimase (per qualcuno, invero, rimane) solamente un dolce ricordo del suo retaggio nell’industria cinematografica. Ma spostiamoci sul film in commento, ovvero l’ultima parte di una trilogia iniziata, oramai, 19 anni fa e conclusasi (forse) solo di recente.

Tutto iniziò con Unbreakable, nel 2000, una storia che non parlava, mi spiace dirlo, di supereroi e che si limitava a raccontare la storia di due uomini: David Dunn (Bruce Willis) e Elijah Price (Samuel L. Jackson).

Per poi proseguire col racconto delle loro rispettive origini (l’osteogenesi imperfetta di Elijah, l’incidente dell’Eastrail 177 per Dunn, nonché la sua successiva invulnerabilità relativa) e del loro “confronto”. Questa fu l’idea iniziale del regista, Shyamalan infatti immaginò la storia di Unbreakable come divisa in tre parti (Origini/Confronto/Risoluzione). Le origini di Elijah (che si scoprirà essere poi Mr. Glass, in uno dei finali più sorprendenti di sempre), le origini di Dunn (da sopravvissuto a vigilante “in prova”), al confronto tra i due, memorabile la frase di Elijah a Dunn: “Quante volte ti sei mai ammalato nella tua vita?”.

Alla risoluzione finale, nella galleria della Limited, assistiamo alla rivelazione, al concetto secondo cui “la penna è migliore della spada” ed Elijah lo aveva appena dimostrato a Dunn.

Non si trattava di un film di supereroi, all’epoca oltretutto non si poteva incasellare manco il genere, data la mancanza di produzioni simili. Unbreakable era, ed è, un thriller.

Fu poi il momento di Split, nel 2016, a cui fece immediatamente seguito l'”esplosione” di Shyamalan nell’olimpo delle macchine per soldi dell’industria cinematografica. Nove milioni di budget a fronte di profitti netti di 280 milioni circa, era il momento della rinascita per il regista. Shyamalan decise di basare il proprio lavoro su Billy Milligan, un criminale statunitense affetto da DDI (Disturbo dissociativo della personalità). Il protagonista è Kevin Crumb (interpretato da James McAvoy), affetto, infatti, da DDI con circa 23 personalità differenti. La storia ruotava attorno al rapporto fiduciario tra il suo medico curante e Kevin, dove la prima era riuscita ad affidare alla personalità più equilibrata, quella di “Barry” S., la capacità di far entrare “nella luce”, ovvero mantenere il controllo del proprio corpo, e di relegare lontano “dalla luce” le personalità del violento ossessivo compulsivo “Dennis” e della maniaca “Patricia” colpevoli di terrorizzare le altre personalità raccontando della Bestia.

Ed è proprio la Bestia il protagonista definitivo di Split che non è altro che un amalgama di vari animali con istinti predatori, e che riesce a donare a Kevin poteri sovrumani e terrificanti allo stesso tempo, tra cui anche il cannibalismo delle proprie vittime. Il prologo della storia prende le mosse dal rapimento di tre adolescenti, Claire, Marcia e Casey, le quali vengono rapite e tenute prigioniere, al fine di essere sacrificate alla Bestia, dall’enigmatico “Dennis“, una delle tante personalità di Kevin. Tralasciando la trama del film, quello che colpisce di più è però la scena finale, quella che fa quadrare il cerchio, che fa capire dove volesse arrivare Shyamalan.

Ovvero la scena della tavola calda, del reporter che si riferisce a Kevin  Crumb come l'”Orda“, viste le sue molteplici personalità (una sorta di richiamo, tra le altre cose, al demone biblico Legione) tra i vari avventori del locale, una di queste nota delle similitudini con un criminale arrestato quindici anni prima, ma del quale non ricorda il nome. Ed eccolo il twist, nel locale c’è anche David Dunn che ricorda al soggetto il nome del criminale: Mr. Glass, l’Uomo di Vetro. Anche questo film non aveva alcun raccordo col genere supereroistico, nonostante ormai fosse stato ampiamente sdoganato il concetto di cinecomic, anch’esso si imponeva come un mero thriller, forse in un’ottica maggiormente esoterica rispetto al precedente, il quale ricalcava invece il prototipo classico del genere, riletto in chiave moderna.

Visto l’enorme successo di Splitnonché di Unbreakable, Shyamalan decide di mettersi al lavoro subito sul sequel/crossover tra i due film, usando come catalizzatore, e come nome del film, proprio lui: Elijah Price, Mr. Glass. Sarà riuscito Glass a non deludere le aspettative dei tanti, tantissimi, che aspettavano questo capitolo finale da un sacco di tempo? Andiamo a scoprirlo

Glass – Non chiamatelo un film di supereroi

Uscito nelle sale italiane giusto ieri (17/01/2019), Glass ha tuttavia incassato dei pareri non troppo incoraggianti da parte della critica cinematografica italiana e d’oltreoceano (senza contare i vari aggregator, quali Metacritic RT). Tra chi lo bolla come un’inutile, caotica, involuta, massa informe di idee sbattuta su un tavolo, e chi, invece, cerca di declinare l’intera trilogia dell’Eastrail 177 come un cinecomic mal riuscito, la verità, come sempre, sta nel mezzo.

Mettiamo un paio di punti fermi:

  • Glass non è un film sui supereroi, mi spiace dirlo, ma non si può assolutamente, ed aprioristicamente, includere ogni film in cui vi siano dei soggetti, con dei poteri non-umani, nel genere supereroistico. Non è che siccome l’industria è ormai satura di prodotti di quel genere, tanto che ne è stata proposta una categoria ad hoc agli Academyallora bisogna continuare a riempire la bolla con prodotti che, solo collateralmente, toccano quel genere.
  • Glass non è un film che può vedersi separatamente, ed autonomamente, rispetto ai due precedenti. Sono tutti collegati indissolubilmente. Ora voi direte che la cosa è ovvia, ma tra i critici c’è qualcuno che, invero in modo non troppo coerente logicamente, sosteneva di non essere riuscito a capire di cosa parlasse il film.
  • Glass decostruisce il genere supereroistico senza, tuttavia, farne parte. Non vi è un eroe, non vi è un cattivo (perlomeno non nell’ottica golden/silver age del termine), non vi è una stretta dicotomia bene/male. Ci sono sicuramente degli antieroi, così come ci sono certamente dei poteri sovrumani in gioco, ma basta, finisce qui il comparto superhero del film, nonché della trilogia.

Tuttavia alcune critiche hanno pienamente colto nel segno aspetti negativi del film, tra cui un’eccessiva compressione della seconda parte del film, che si rinviene tanto nel ritmo dell’azione quanto nelle relazioni interpersonali, e un finale, per così dire, anticlimatico e scontato (ammesso che di finale si possa parlare, sarebbe più corretto parlare di punti di arrivo).

Indubbiamente ci si può trovare d’accordo con la prima critica sopra citata, specie nei rapporti tra il figlio di Dunn e la co-protagonista di Split (Casey Cook), a cui poi si somma il revirement della madre di Elijah e la correlata “alleanza” tra di loro.

Meno d’accordo sul finale anticlimatico, questo infatti non fa altro che seguire quanto ipso facto professato da Elijah Price nel primo film, Mr. Glass, da bravo conoscitore del mondo del fumetto, è esso stesso Direttore d’orchestra della trilogia e di se stesso. Con maggiore sforzo esplicativo, lo spettatore è proprio dove dovrebbe essere, il film si chiama Glass, ma il personaggio avrà si e no parlato per meno di venti minuti, e ha un tempo sullo schermo decisamente inferiore rispetto a Dunn e a Kevin. Ma dobbiamo ricordarci le parole di Elijah alla fine di Unbreakable: “Nello scontro tra l’eroe e il cattivo, ci sono quelli, tra i cattivi, che usano la forza e quelli che usano l’intelligenza”. 

Ed Elijah proprio questo ha fatto, tutto è accaduto nel modo esatto in cui lui stesso aveva prefigurato (e lo spettatore ne ha piena prova nelle battute finali del film), questo indipendentemente dal fatto che fosse catatonico per metà film, o comunque sedato per i diciannove anni precedenti (oltretutto nel film viene accennato a come è riuscito a bypassare i controlli medici più di una volta). Quest’uso dell’intelligenza traspare anche poi nel rapporto con le scene di combattimento, Glass è, infatti, un film dominato da scene di combattimento, ma è la “musica di sottofondo” del piano di Elijah a dettare il ritmo, è l’intelligenza, è l’astuzia.

Con riguardo al finale non si può dire che questo sia anticlimatico, invero può considerarsi forse scontato, ma non il cd. terzo epilogo (n.d.r. quello della stazione del treno), perché è proprio quest’ultima scena a farci capire come la trilogia dell’Eastrail 177 sia finita, solo per rinascere in un qualcosa di completamente diverso. O per usare le parole della mamma di Elijah: “siamo entrati nell’Universo“. Il secondo epilogo (quello afferente l’antagonista segreta del film) invece pone le basi per il prossimo capitolo, per sondare il terreno in molteplici nuove direzioni.

In chiusura non possono non spendersi parole di elogio per il montaggio e per la regia. Shyamalan ha infatti un’altra concezione delle idee e degli spazi, immagina le sue scene in modo completamente diverso da altri registi, sono le inquadrature a supplire per eventuali carenze di storytelling, o quando ad esempio l’azione lascia il passo a frammenti eccessivamente verbosi e passivi, ed in Glass ne abbiamo un tremendo esempio con le scene nell’ospedale, tutte troppo statiche e lente.

Non si può neanche sottacere la magistrale interpretazione dei tre personaggi, così come fatta dai rispettivi attori: David Dunn stoico, silenzioso, semplice, prototipo del vigilante urbano; Elijah Price freddo, calcolatore, un diavolo, limitato solo nel corpo ma non nella mente; Kevin Crumb pazzo, pluralista, logorroico, uno è più che trino. Caratteristiche si rinvengono anche nel modo in cui vengono messi in scena, David picchia molto, Elijah pensa molto, Kevin che non fa altro che parlare. Magistrale poi McAvoy che riesce perfettamente, anche nel doppiaggio italiano (complici i vari doppiatori usati), ma non bene come nel doppiaggio originale, a dare veramente l’impressione di essere un malato affetto da DDI.

Vanno, infine, respinte le critiche di chi sosteneva che vi fosse poco spazio dedicato allo sviluppo di alcuni personaggi della trilogia. La ragione è semplice, sarebbe stato inutile perdere tempo a delineare il carattere di Elijah, quando questo era già stato sviscerato completamente in Unbreakable (senza contare il fatto che era stato rinchiuso per 19 anni in una struttura di recupero); sarebbe stato ancora più inutile soffermarsi su un’ulteriore ri-coloritura delle personalità di Kevin, già viste abbondantemente in Splited infatti in Glass ci si sofferma quasi esclusivamente solo sulla Bestia, che nel film precedente fu quella analizzata in modo maggiormente superficiale. L’unico che è stato apparentemente ritoccato è, appunto, Dunn, il quale passa dall’essere un sopravvissuto, un semplice cittadino scampato alla morte, ad essere un vigilante per i deboli e per gli oppressi. Ritocco canalizzato nel modo di vestirsi, nel modo di porsi, nel modo di agire, tutti cambiamenti significativi rispetto alla sua prima apparizione.

Conclusioni

Per quanto riguarda il sottoscritto, Glass è un film che, al netto di difetti di trama, compressioni di storia, passaggi logici spiegati male, si fa vedere e si fa apprezzare senza tanti fronzoli. La cosa non è scontata, specie nell’appestato medium, come già detto sopra, del cinema “supereroistico”, perchè appunto Glass non ha nulla da spartire coi blockbuster di genere che siamo abituati ad ingoiare e, in modo quasi automatico, a definire tali come dei “capolavori”. Glass non fa altro che confermare quanto già era stato fatto dai suoi prequel, la natura spiccatamente thriller del film, qui forse maggiormente diluita in favore di una componente action, accompagnata ad elementi tipici del genere horror contemporaneo ed a quelli del drama. 

A questo fa da sottofondo l’aggiunta di poteri non si sa bene di quale natura (ma questo alone di mistero è un trademark del nostro caro Shyamalan), specie visto l’abile lavoro di convincimento fatto dall’antagonista principale non solo sui co-protagonisti, ma anche sullo spettatore, il quale si porta, ineludibilmente, a chiedersi se non sia tutto uno scherzo della mente, se non sia possibile raggiungere quei risultati solamente bypassando gli ostacoli del nostro cervello (ed il richiamo, doveroso in questo periodo, va sicuramente a questa bellissima serie condotta dal compianto Stan Lee). A riprova del valore della pellicola, rispetto alle critiche, non possono sottacersi tanto il voto del pubblico (si vedano gli aggregator) quanto gli incassi prospettati.

Voto: 7.5/10

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