Cinema

Nicolas Winding Refn tra mistificazione e realismo, il ritratto di un maestro del cinema contemporaneo

Quando mi chiedono un’opinione su qualcosa che divide il pubblico penso, non l’avete ancora capito? Con l’avvento di internet sono spariti i guardiani. C’è solo il contenuto. Per sopravvivere non importa più cosa fai, ma cosa rappresenti. Io sono il glamour. La volgarità. Lo scandalo. Il gossip. Sono il futuro. Sono la controcultura. Sono la realtà commerciale. Sono la singolarità artistica.

Nicolas Winding Refn

Scrivere circa la personalità e l’arte di Nicolas Winding Refn non è certo un lavoro semplice. Il regista danese è noto per le sue provocazioni e la sua complessa opera cinematografica, ricca di citazioni e sicuramente fuori dal comune. Partendo proprio dalle sue parole, citate all’inizio di questo articolo, possiamo capire la complessità di un regista che non scinde arte e vita e che si innalza al di sopra dello stesso bene comune, identificandosi, quindi, come discrimine tra realtà commerciale e singolarità artistica.

Refn si è distinto negli anni come autore di alcune delle pellicole più controverse degli ultimi tempi. Una su tutte Solo Dio Perdona. Film accolto malissimo nel 2013 al Festival di Cannes, dove è stato ampiamente fischiato, è il compendio perfetto per comprendere l’opera di Refn. Lo stesso regista ha dichiarato di non saper interpretare il film, come se la materia raccontata e la messa in scena finale siano interpretabili come entità autonome rispetto alla volontà di Refn stesso. Effettivamente, se interpretiamo la pellicola utilizzando i dettami della moderna filosofia estetica, troviamo che Solo Dio Perdona si inserisce perfettamente in quel filone che assurge all’arte pura, così come dovrebbe essere.

Un’arte, quella di Refn, di difficile interpretazione, così tanto difficile da essere impossibile da definire anche dall’autore stesso. Un’arte che abbandona il dato di fatto, la contingenza, e sposta il velo di Maya per rivelare una realtà non tangibile, per farci assaporare una piccola verità che sarà nuovamente celata dalla finzione filmica.

Un elemento su tutti che riesce a trasportarci nella finzione assoluta ricreata da Refn è proprio la messa in scena, ossessiva, perfettamente simmetrica, triangolare (riprendendo le suggestioni note in The Neon Demon). La messa in scena di Refn è suggestiva e percorre perfettamente le intenzioni del regista. Una fotografia, spesso, dove i colori freddi sono accentuati in una dinamica incalzante che lega musica e immagine.

Rimanendo, però, legati alla struttura dell’articolo di giornale e non sconfinare in un lungo saggio sulle meraviglie e brutture dell’arte di Refn, cerchiamo di fare il punto della situazione su quelli che sono i film più riusciti del regista danese.

Dal 1996 fino al 2005 Refn si dedica a quella che sarà la sua trilogia più discussa, Pusher. I film seguono le vicende di Milo, Tonny e Frank: gli ultimi due sono due spacciatori a Copenaghen mentre Milo è un trafficante serbo a cui uno dei due protagonisti deve dei soldi. In nove anni Refn ha fatto evolvere i personaggi che riescono a mostrare tutte le varie sfaccettature di una psicologia complessa, resa catartica proprio attraverso la non redenzione di queste vite criminali. Mads Mikkelsen interpreta Tonny e ci dona una delle migliori interpretazioni di tutta la sua carriera cinematografica.

Altra pietra miliare della filmografia di Refn, e che segna il suo ingresso nel cinema più commerciale, è sicuramente Drive. Un film facilmente fruibile, più dei precedentemente citati Pusher e soprattutto di Solo Dio Perdona. Protagonista della pellicola è un sorprendente Ryan Gosling che traduce alla perfezione le volontà di Refn che sicuramente volgono verso una dimensione iconica, una visione pop di una realtà sporca. La storia è un noir contemporaneo, dai toni cruenti e da accentuati riferimenti pulp. Il film è un mix perfetto tra messa in scena, composizione, recitazione e musica che definiscono alla perfezione le volontà di Refn di entrare nell’olimpo dei registi pop di riferimento di tutta la cultura mainstream.

La quasi perfezione, Refn la raggiunge con The Neon Demon, film che rende reali le più brutte paure della società contemporanea, soprattutto quella parte di società che fa dell’apparenza l’unica ragione di vita. Una fotografia al neon disturbante, una composizione delle immagini perfetta (vorrei quasi tutti i fotogrammi del film come quadri nel mio appartamento n.d.r.) e una messa in scena così disturbante da diventare difficile da guardare. Un film sublime, tanto bello quanto orribile, così perfetto nel raccontare le più animalesche, diaboliche e malvagi sfaccettature della realtà umana. The Neon Demon è un’esperienza, più che un film.

In fin dei conti, Refn, amato e odiato, è riuscito a diventare un’icona pop a trecento sessanta gradi, un regista meravigliosamente combattuto tra realtà, sogno e violenza, che riesce a sintetizzare il tutto in una poetica che sembra quasi una miscela tra Hitchcock, Kubrik e Bunuel.

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