Cinema

Un Piccione Seduto su un Ramo Riflette sull’Esistenza.

Ci tengo a premettere che si tratta di un film (ed un gusto cinematografico) molto molto particolare. Non si tratta del solito cinema con trama sequenziale con dialoghi chiari e precisi che anche se indiretti, facilitano lo spettatore nel cogliere il senso vero e proprio della pellicola.
Si tratta di una particolare opera cinematografica nella quale tutto ha senso e niente è così confuso come sembra se si riesce a leggere il giusto fra le righe.
Vi ho confuso abbastanza? Se non dovesse essere così, andate avanti con la lettura di questo articolo, nel quale vi racconto le mie opinioni su “Un Piccione Seduto su un Ramo Riflette sull’Esistenza”.

“En duva satt på en gren och funderade på tillvaron” è un film del 2014 diretto da Roy Andersson, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2014. Si tratta di una produzione Svedese, dove la scelta del regista è stata di utilizzare le inquadrature fisse per tutta la durata del film. Questa modalità di camera è davvero singolare, in quanto ogni scena nella quale i personaggi (attori) si muovono, sembra essere stata dipinta, come un quadro. L’inquadratura statica rende la visione ancor più interrogativa riguardo alle dinamiche che si svolgono di scena in scena. La grande maggioranza degli attori hanno un viso cianotico, a simboleggiare la morte con la quale tutti i giorni affrontiamo la vita.
Ma partiamo con ordine.

All’inizio ci vengono presentati 3 incontri con la morte.
Ci sono tre scene nelle quali la vedremo sotto diverse luci. Una volta tragica, una volta distaccata ed una volta comica. Sin dall’inizio del film iniziamo a percepire il climax che il nostro regista sta cercando di trasmetterci, facendoci riflettere a fondo su ogni minuto del film che stiamo guardando.

Andando avanti ci accorgeremo che la pellicola gira attorno a due uomini, (anche loro col volto bianco), che per mestiere vendono scherzi di carnevale. Purtroppo quasi nessuno compra i loro scherzi, che essi definiscono “dei classici” come ad esempio un sacchetto che se pigiato emette risate oppure dei canini da vampiro oppure una maschera di un vecchietto. Come accennavo in precedenza, nessuno acquista i loro prodotti, tranne un rivenditore depresso che se ne sta nel retro suo negozio sdraiato su un divano, mentre sua moglie accoglie quei pochi clienti che affluiscono nel negozio. E’ palese che i nostri due personaggi principali si trovano in difficoltà economica e sociale, dato che non hanno altro che loro stessi. Uno di loro fa un sogno assurdo, nel quale degli aristocratici fanno bruciare vive delle persone di colore dentro un’enorme tanica di rame mentre si allietano a sentirne le urla.

Dove sono altre stranezze? All’improvviso, mentre i nostri protagonisti si trovano in un Dinner, entra Carlo XII di Svezia e cerca di flirtare con il barista. Se ne va poi annunciando una guerra da vincere, della quale uscirà invece sconfitto.

Altri personaggi singolari appaiono nella pellicola, come ad esempio un ufficiale atteso ad un appuntamento che è stato però cancellato, e lui si sente in colpa di non essere stato avvisato. Un ragazzo che viene molestato da un’insegnante di ballo, oppure un vecchietto che prende da bere sempre nello stesso locale da quarantacinque anni, alla Taverna di Lotta la zoppa, che le offrì un grappino in cambio di un bacio.

Questi incontri sporadici con personaggi di contorno che a volte sono molto più significativi dei protagonisti stessi, sono intensi e molto importanti. In parecchie scene si sente ripetere da diverse persone al telefono la frase: “Sono contenta di sentire che state bene”.
Accade in un primo momento sulle scale di una scuola di danza, dove una donna delle pulizie ripete la frase stando al cellulare in chiamata.
Accade poi nella casa di una coppia, dove lei si trova al telefono in cucina, mentre nello sfondo vi è il marito ammalato.
Infine c’è la scena di un laboratorio dove una scimmia viene ripetutamente torturata, ed al lato della ripresa c’è una donna affacciata ad una finestra, anch’ella al telefono, che ripete la medesima frase.

Tutto questo sfocia in un discorso sociale e politico, dove ci ritroviamo a riflettere sulle scene proposte che indirettamente ci spingono a fare parallelismi con la nostra realtà, che è tutt’altro che statica e non è dipinta come un quadro. Ci lascia inquadrare piccolezze invisibili che tutto d’un tratto ci sembrano chiare, mentre prima erano soltanto metafore fra le scene di un film. La riflessione dolce/amara che ci lascia Roy Andersson è quella di una società che, governata da quello che il collettivo ritiene normale, come ad esempio i giorni della settimana, diventa un obbligo da rispettare nei confronti dell’individualità.

Le osservazioni sulle quali poniamo attenzione spesso non sono quelle più importanti ma tramite uno sguardo alle piccolezze quotidiane ci si rende conto di quanto effettivamente la realtà venga poco osservata, se non per niente, lasciando che la malinconia ed un’aspra ironia penetri anche nei gesti quotidiani e di margine della nostra vita.


Alla fine del film, vedrete tutto il modo diverso. Vedrete, per quanto possibile, attraverso gli occhi di un osservatore onnipresente, in grado di spiare la vita di tutti i giorni. Vedrete quanto l’assurdità di quel film si rispecchi in un’esasperazione della realtà odierna e, per quanto osserverete, diventerete anche voi un piccione seduto su un ramo che riflette sull’esistenza.

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Un commento

  1. Ciao,
    grazie per questa tua recensione,
    illuminante
    penso di averlo visto questo film su sky qualche anno fa, me lo ha fatto tornare
    alla mente Carlo XII di Svezia che entra in quel bar con il suo cavallo …
    devo dire che lo vidi volentieri anche perché non si sapeva mai cosa poteva
    apparire nella scena successiva 🙂
    ora che mi hai ricordato il titolo andrò sicuramente a cercarlo per rivederlo 🙂
    buona serata, ciao Monica

    "Mi piace"

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