Cinema

Alita – Angelo della battaglia. Dov’è il nucleo? Recensione

Dopo anni di gestazione (circa 25 per la precisione, di cui almeno la metà serviti per migliorare la tecnologia per il film, da questo punti di vista Avatar fu la testa di ponte perfetta) giunge, “finalmente”, nelle sale uno dei progetti di punta del visionario James Cameron, nel segno della piena continuità con quel gusto della sfida e dei prodotti faraonici cui il grande regista ci ha abituati. Al Cameron l’idea della trasposizione di Alita venne, idealmente, dopo quel film da due soldi chiamato ‘Titanic, non so se ne avete sentito parlare, probabilmente, anzi sicuramente, galeotta fu anche la lettura della prima serie di Battle Angel ALITA.

Piccola curiosità: di Alita era già stato tratto un breve anime, datato 1993, di due episodi, anch’esso coprente i primi quattro volumi, autoprodotto dalla Kishiro Productions. Potete reperire i due episodi su Youtube.

La regia del film é qui affidata a Robert Rodriguez, scelta dovuta proprio all’impossibilità di Cameron, impegnatissimo nella lavorazione dei sequel di Avatar, che lo stanno professionalmente fagocitando da anni a questa parte (visti i ritorni economici come dargli torto).

Tratto dal manga cult di Yukito Kishiro, Alita è una storia sull’identità e sulla consapevolezza di sè stessi delineata attraverso la metafora del personaggio artificiale (come già fu Pinocchio o, per restare in tema manga, Astroboy), in questo adolescente. In realtà poi la serie, quella cartacea, è un costante tributo a i dogmi della cultura nerd di quel tempo: arti marziali, fantascienza, cyberpunk, gorepunk, dinamismo, action. Ma non solo, palpabili sono i richiami ad Akira di Otomo, Astroboy di Tezuka e Ghost in the Shell di Shirow (specie per quel che riguarda la questione sugli abitanti di Salem). Stando poi allo stesso Kishiro, ci furono anche altre influenze, specie sul tavolo da disegno, Bilal e Matsumoto tra tutti, ma anche occidentali come Jim Lee e Frank Miller (specie per la gestione e delle scene). Da Otomo poi prese anche la gestione delle prospettive e della scorrevolezza della scena, quella capacità di alternare momenti di furiosa calma a momenti di placida aggressione.

Quali che siano state le influenze di Kishiro, Alita è stato sicuramente un cult hit degli anni ’90, a cui ha fatto seguito una serie sequel, Last Order (la quale avrebbe dovuto essere il finale originale della prima serie, cosa poi non accaduta a causa dei malsani ambienti editoriali nipponici), che essenzialmente riprende la storia di Another Quest (il controverso finale imposto editorialmente a Kishiro), ed un’ulteriore serie prequel/sequel, in corso di pubblicazione, chiamata Mars Chronicle (che segue sia i primi anni di vita di Alita su Marte, sia gli anni successivi allo ZOTT di Last Order).

Passando alle questioni maggiormente cinematografiche, vediamo come il Rodriguez ha impostato il lavoro sulla trasposizione cinematografica di Alita (partendo dall’incipit di Cameron del 2000).

Alita viene trovata in una discarica dal dottor Dyson Ido (interpretato da un sempre bravo Christoph Waltz), il quale le donerà una rinnovata vita, diventandone di fatto il vero padre, e la introdurrà alla sua nuova esistenza nella Città Discarica.

Il percorso di Alita in questo film è un vero e proprio racconto di formazione con tutti gli stilemi tipici del caso. Dai primi passi nel mondo, alla consapevolezza dei propri grandi poteri, passando attraverso il più classico topos narrativo del genere.

Giovane ragazza bionica dal cuore dolce e dalla mente priva di ricordi, la protagonista si troverà in una vicenda in cui centrali non solo saranno le dinamiche interne alla propria identità, ma anche il primo amore e i primi approcci all’età adulta, alla violenza del mondo fuori di casa. Di fatto si tratta dell’adattamento dei primi tre/quattro volumi della serie (con alcuni innesti della saga del Motor Ball), verosimilmente prima della nascita dell’Alita campionessa di Motorball (n.d.r. mi resta ancora scolpito nel cuore e nella mente lo scontro mentale/verbale tra Alita e Jashugan nella finale della Prima Divisione).

Il mondo che il film tenta di raccontare è ampio e ricco di peculiarità di contesto: si va dal Motorball (una versione futuristica della pelota mista a crudeli robot-wars clandestine), sport di maggior rilievo e unico lasciapassare ufficiale per raggiungere Salem, una parte di mondo inaccessibile su cui aleggia un’aura di mistero per chi abiti nel mondo “di sotto”. C’è poi tutto il contorno del contrabbando di organi bionici e della legge urbana (leggasi “del più forte”) lasciata in mano a violenti cacciatori di taglie apparentemente liberi di imperversare e compiere le peggio azioni senza vigilanza (o almeno il film non accenna a regolamentazioni in questo campo).

Un racconto cyberpunk in piena regola, testi e contesti compresi. Ciò che questo progetto cinematografico dimentica è di costruire un collante tra tutti gli elementi ed eventi raccontati. Si ha l’impressione di essere davanti a un insieme di componenti slegate, male o mai amalgamate. Il senso percepito è di un prodotto mai lineare, discontinuo. Il quale alterna momenti colmi di informazioni (spesso spiegate a voci dai protagonisti) all’azione e alla ricerca visiva. Sembra quasi che Rodriguez (e Cameron) abbiano cercato di condensare l’opus magnum di Kishiro in un filmetto, senza troppe pretese, di due ore. Potrebbe essere un errore davvero troppo grosso, una cosa simile é accaduta anche ad un recente film, Macchine Mortali (adattamento di 90 minuti di una saga fantascientifica composta da quattro libri), distrutto dalla critica poiché eccessivamente frammentato e privo di coesione logico-strutturale. Fortunatamente questo non è il caso di Alita. Sarebbe stato meglio però spezzare il film in una serie di capitoli autoconclusivi, basati sulle fasi di vita di Alita: il periodo al Kansas, il periodo Hunter Warrior, il periodo al Motor Ball, il periodo al GIB. Un progetto lungo, chiaramente, ma sicuramente più coeso ed omogeneo, almeno narrativamente parlando.

Il pregio è sicuramente nella qualità delle scelte visive, di grande forza, complice anche un notevole dispendio di risorse grafiche. Eccellente la motion capture sul volto della giovane Rosa Salazar (su cui è modellata Alita), e fresca la scelta di rendere l’ambientazione meno cupa e anzi luminosa rispetto ad altri prodotti del genere. Ma questo sforzo non va di pari passo alla narrativa, che addirittura nelle parti finali scende a compromessi con una risoluzione fin troppo sentimentale (e qui va menzionato lo scialbo, nella trasposizione cinematografica, personaggio di Hugo e le inutili atmosfere da teen drama, come richiede oggi il mercato 16+ della celluloide), accantonando parte del fascino che l’idea della giovane cyborg smemorata suggeriva nelle prime fasi. Tanta carne al fuoco, quasi tutta riguardante l’immaginario: cosa è Salem e perchè i due mondi sono separati, una risposta chiara su chi fosse Alita prima di piombare nella discarica, perchè il dottor Ido sembra riuscire sempre a rattoppare la situazione quasi fosse un banale deus ex machina,  sono solo alcune tra le parti fumose che sfuggono alle (tante) spiegazioni fornite.

È stata volutamente omessa la discussione concernente il look facciale di Alita, ovvero gli occhi, ritenuto dai più come ai limiti dell’uncanny valley. La questione va inevitabilmente smorzato per mancanza di reale interesse, si tratta, invero, di una maggiore ricerca di originalità del personaggio, un antidoto ad alcune discutibili scelte di Hollywood (basti citare i famosi casi di whitewashing recentemente applicati dalle case di produzione americane).

Ma è tempo di tirare le fila di questa breve recensione, Alita ha convinto oppure no?

Insomma, la resa complessiva è di un “potrebbe ma non si applica”, di un progetto che inspiegabilmente annega in una grossa mole (spesso superflua) di spiegoni sull’immaginario raccontato, ma dimentica il nucleo di come si racconta una buona storia.

La verità è che Cameron, e Rodriguez, è quasi caduto nella sua stessa trappola: la creazione di un vestito di lusso, privo di qualsivoglia anima e originalità.

Un quasi banale esercizio di stile. Peccato, poiché le aspettative per questo adattamento erano altissime.

Insomma, l’ennesimo spettro nella macchina.

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