Videogiochi

Astro Bot: Rescue Mission e la nuova concezione del platform tridimensionale

Il platform rappresenta sicuramente uno dei generi che ha fatto la storia dei videogiochi. Trainata dall’intramontabile Super Mario, icona delle avventure a piattaforme e più volte in grado di rivoluzionare il genere, questa categoria di titoli ha subito un’evoluzione costante negli anni. È passato dalle due dimensioni alla tridimensionalità, è entrato in contatto con altre realtà fondendo più formule di gioco e ora, con l’avvento della realtà virtuale, ha trovato una sua nuova fantastica forma.

Uscito lo scorso 2 ottobre su PlayStation VR, Astro Bot: Rescue Mission è stato il simbolo dell’inizio di una nuova era per i platform 3D. Capiamoci, al momento il VR è una realtà di nicchia e ancora in sviluppo, che non può sostituire l’ormai consolidata impostazione di gioco. Quello che ha fatto il piccolo robot di Japan Studio è stato piuttosto dare inizio ad una concezione inedita di platform tridimensionale, che può scorrere in parallelo a quella a cui siamo abituati (anch’essa ancora in evoluzione).

Ciò su cui voglio maggiormente soffermarmi in quest’articolo è quanta meraviglia e soddisfazione può regalare il vivere in prima persona un’esperienza di questo tipo, soprattutto per un fan del genere. Per raccontarlo vorrei focalizzarmi su una specifica caratteristica dell’opera: i collezionabili. Astro Bot possiede tantissime idee geniali, sia per quanto riguarda il level design che per le funzioni attribuite al controller della PlayStation 4; è tramite i collezionabili che però, secondo me, si può ben descrivere l’aspetto rivoluzionario del titolo di Japan Studio.

Nei giochi a piattaforme gli extra sono sempre stati un elemento molto importante,  rappresentando solitamente la sfida più ardua, ciò che dà più appagamento e da cui emergono le trovate più ingegnose. Spesso richiedono abilità per essere notati o raccolti e, in Astro Bot, queste risiedono soprattutto nell’occhio allenato del giocatore. L’immersività della realtà virtuale permette cose nemmeno immaginabili in precedenza. Noi ci sentiamo dentro a quel mondo, pensiamo di farne parte. Siamo noi ora a dover vedere cosa si nasconde all’interno di un livello, per farci poi aiutare a prenderlo dal personaggio. In Astro Bot ci muoviamo infatti insieme al protagonista, lui sa che siamo lì; proseguire nel livello e scoprirne i segreti è diventata una vera e propria collaborazione tra noi giocatori e ciò che comandiamo.

Una collaborazione che appare evidente anche nel geniale utilizzo del Dualshock 4, accennato in precedenza. Sono presenti sezioni di gioco in cui bisogna adoperare il controller a mo’ di rampino allo scopo di far avanzare il nostro amico sopra una fune. In quel caso il giocatore è chiamato sia a tenere la fune che a muovere il personaggio su di essa, con addirittura la possibilità di catapultarlo verso l’alto.

Ma per capire meglio andiamo a vedere nello specifico quali sono gli extra all’interno del gioco. Nel corso dei vari stage si nascondono diversi compagni del piccolo robot che dovremo salvare. Nonostante ne esistano di molto semplici da scovare, ce ne sono altrettanti per i quali sarà richiesta maggior attenzione. Qui più che mai entrano in gioco i nostri occhi. Mentre ci muoviamo per il livello grazie al nostro robottino, sarà necessario ruotare la propria testa o a volte l’intero corpo se vogliamo vedere dove si rintanano i piccoletti. Potremmo essere chiamati a guardarci le spalle, o ad osservare verso il basso. Non si tratta più di elementi visibili andando avanti normalmente nello scenario, quanto di dettagli innestati in un level design che chiama il fruitore stesso dell’opera a fare fisicamente qualcosa per poterne usufruire, rendendolo parte integrante dell’avventura.

Altro esempio perfetto sono poi i camaleonti. A differenza degli altri collezionabili, i camaleonti non vanno raggiunti col protagonista per essere “raccolti”. Vanno semplicemente visti, da noi. Una volta che li inquadreremo con i nostri occhi, tempo qualche secondo e puff, presi. Se l’appagamento dei videogiochi di questo genere stava nello scovare quanti più segreti possibile tramite l’eroe di turno, qui si arriva ad uno step successivo in cui noi stessi, catapultati all’interno del livello, traiamo soddisfazione da una nostra scoperta in prima persona. Cosa c’è di meglio per un appassionato di platform?

La speranza è che Astro Bot abbia dato l’input per poter fare, in futuro, qualcosa di ancora più grande ed evoluto. Le potenzialità dell’utilizzo del VR in questo genere sono enormi e ho la sensazione che il titolo preso ora in considerazione ne abbia solo scalfito la superficie. Con la capacità immersiva di un visore si può dar vita a tantissime idee, sviluppando quelle di Japan Studio e creando qualcosa di unico e sorprendente.

Parliamo di un altro modo di intendere il platform tridimensionale che, grazie alla realtà virtuale, può raggiungere livelli di coinvolgimento prima impensabili.

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