Fumetti

Giustizia predittiva e nona arte. La parabola di Civil War II

Nota del redattore

Chi mi conosce sa che amo le sfide, specie quelle against all odds, quelle che partono male e finiscono con successo. Quelle che notoriamente trovano la loro genesi con un coefficiente di accomplishment pari a -20.

Questo articolo compendia tale fil rouge del mio essere, cercando di “partorire”, dopo una lunga gestazione intellettuale, un prodotto diverso dai soliti approfondimenti che in passato avevo scritto (quasi tutti incentrati sul mondo della nona arte).

L’idea di base era quella di “sposare” due delle mie passioni: il diritto e il fumetto.

Conscio della difficoltà di procreare un articolo a cavallo tra diritto e nona arte, non lasciando coperte ulteriori possibilità future, riguardanti temi simili, mi sono preparato mentalmente per esplorare, giuridicamente parlando, uno dei fumetti più odiati degli ultimi tempi.

Ovvero Civil War 2, rapportandolo con un tema che solo di recente sta prendendo il largo anche nel nostro mondo, seppure non nei termini del fumetto di Bendis, ma più nei termini di un altro prodotto (su cui meglio infra).

Concettualmente parlando, questo articolo può dirsi un mini-successo, specie per la sua capacità essersi posto in rottura con i miei vecchi articoli (sempre meno per via del tempo).

E non è stato proprio facilissimo.

L’idea di coniugare il diritto al mondo della nona arte, cosa non sempre possibile e, soprattutto, marginalmente, al meglio delle possibilità, interessante.

Vi sono stati un sacco di fattori che mi hanno frenato nello scrivere questo articolo, al di là della semplice questione temporale.

Uno di questi riguarda sostanzialmente quello della platea dei possibili destinatari.

In un periodo storico-sociale in cui la gente ha sempre fretta, sempre meno voglia di leggere, di capire, talvolta anche i semplici titoli, che posto può avere un articolo “figliastro” dell’eccessivo, e ormai anacronistico, linguaggio legalese e del, totalmente inverso, linguaggio del mondo del fumetto moderno.

La domanda non è nuova, già in altre occasioni si era provato a coniugare, in modo più o meno sottile, il mondo della nona arte con altri temi estranei al concetto di fumetto mainstream (nella fattispecie americano e supereroistico).

Alcuni esempi possono riguardare le riflessioni esistenziali e morali di alcuni scritti di Grant Morrison (fra tutti il trittico Flex Mentallo/Invisibili/Lo Schifo), quelle di Alan Moore a cavallo tra ignoto e noto, tra realtà e sogno, e quelle sul postumanesimo tecnocratico di Warren Ellis (fra tutti Transmetropolitan e Injection).

Si tratta chiaramente di una strada in salita, ostacolata non solo dal fattore dei destinatari, ma anche dal tempo e dall’interesse che un articolo del genere può suscitare, specie se consideriamo il suicidio editoriale di Civil War II, il quale ha portato Bendis ad affrancarsi definitivamente dalla Marvel, per approdare in DC, dove ha potuto occuparsi, ed anzi si sta occupando, dell’Azzurrone e della sua famiglia (Superman).

Già la scelta del fumetto da esaminare pone il lettore di fronte alla terribile possibilità di preferire l’asportazione degli occhi piuttosto che rileggere di nuovo Civil War 2.

Tornando ad un discorso maggiormente ad ampio spettro, il resto del mondo dei comic books non appartiene alla nicchia degli autori (non solo loro) menzionati due paragrafi sopra. Ma è chiaro come il 90% della produzione mainstream non abbia l’obiettivo precipuo di perseguire un dialogo interno col lettore, un dialogo diverso dal semplice andamento dello story arc di riferimento.

Detto in soldoni: se leggo un fumetto di certo non mi aspetto di leggere di economie di scala, teologia, metafisica, diritto divino e naturale o teorie della giustizia postumaniste. L’ultima volta che il lettore si è potuto interrogare interiormente, in modo genuino e non arzigogolato, dopo aver letto un fumetto è stato a livello storico-sociale.

Il riferimento è qui agli X-Men, e quindi all’apartheid, ma è inutile sottolineare come la metafora razziale fosse troppo visibile per essere ignorata in questo caso, il classico elefante nella stanza, dopotutto i mutanti erano i figli cartacei di quel periodo storico, periodo da dimenticare, o forse da ricordare (specie oggi).

Un più attuale richiamo culturale, e quindi di dialogo tra tradizioni, può farsi alla nuova Ms. Marvel, la musulmana Kamala Khan, qui, a ben vedere, il merito va tutto all’Autrice Gwendolyn Willow Wilson e all’editor Sana Amanat, per aver creato un personaggio che va ben oltre il mondo del fumetto, e le recensioni parlano chiaro su Ms. Marvel.

Altro grande esperimento di cultura e fumetto, e quindi di trapianto di esperienze dello scrittore all’interno della sua “creatura”, riguarda il Pantera Nera di Ta-Nehisi Coates. Non a caso lo scrittore non è un signor Qualunque, chiamato a scrivere filler su filler, bensì è il meritato vincitore di un premio Pulitzer.

Ma torniamo a parlare di Civil War 2.

Il grande pelatone (Brian Bendis) era riuscito, nonostante tutto, con Civil War 2 a sollevare un discorso diverso, di dialogo interiore col lettore (il quale pescava sia da Minority Report sia dal retaggio di Hickman sui Fantastici Quattro, ovvero l’idea 101, sia dal sostrato alla base dell’operatività del think tank noto come Illuminati, sia, infine, dal concetto genetico degli Ultimates di Ewing, che è comunque un’epistola d’amore al lavoro di Hickman).

Il problema di Civil War 2 erano tuttavia altri, tra cui lo stesso nome scelto, chi si aspettava qualcosa come il primo capitolo è rimasto deluso, chi si aspettava un qualcosa di diverso è rimasto altrettanto deluso. Chi si aspettava un migliore utilizzo di Ulysses è rimasto deluso, ma la cosa non deve stupire.

Ulysses, infatti, non è il primo personaggio di Bendis creato bene e sfruttato malissimo, basti qui ricordare il retaggio di Tempus negli X-Men, o anche solamente la conclusione di Uncanny X-Men 600, rimasta lettera morta.

Da un punto di vista oggettivo, Civil War 2 poneva una domanda molto semplice: se potessimo prevedere in anticipo potenziali crimini, l’arresto dei soggetti sarebbe legittimo o meramente arbitrario? L’utilizzo di poteri divinatori (perché questa era la matrice dei poteri di Ulysses) in quale rapporto si pone col primato della legge, ammesso che la legge degli umani sia applicabile anche ai superumani. Su quest’ultimo inciso ci sarebbe da aprire una parentesi grande quando il Gange, arrivando a trascendere gran parte del medium di riferimento, quindi ci soffermeremo solo sul primo quesito.

La domanda, foriera di numerosi interrogativi astratti (di pressoché nulla utilità sul piano pratico), lascia aperta la tematica della giustizia predittiva e della certezza del diritto. Ma è chiaro come la giustizia predittiva di CW II, che qui chiameremo postuma, sia impraticabile, nonché irrealizzabile naturalisticamente parlando, nel mondo reale. Ciò non toglie come ipotesi di giustizia predittiva anticipata esistano già nella nostra società.

Detto questo mi scuso anticipatamente per la lunghezza, la noiosità dell’articolo in questione, ma sono sicuro che chi arriverò in fondo non sarà deluso dalla panoplia di nozioni che avrà imparato sulla via.

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La premessa vera e propria

Questo è un articolo che speravo di scrivere da lungo tempo, almeno fin da quando terminai la lettura di Civil War II, il quale, stante l’evidente bontà del progetto, col primo CW non c’entrava assolutamente nulla. Se nel primo Civil war si faceva un uso under the radar del principio di libertà espressione e di libertà individuale, nel secondo si affrontavano invece tematiche maggiormente reali e sicuramente più interessanti dell’Atto di registrazione dei super-umani (che per carità, molto bello, ma manco troppo interessante, dato che il fulcrum era soprattutto la guerra tra Steve e Tony).

L’idea alla base di Civil War II riprende un concetto ben noto anche nel mondo reale, ovvero quello della giustizia predittiva. Lo riprende, e di fatto lo stravolge, utilizzandolo in un modo che sarebbe chiaramente impossibile nel mondo reale. Una crasi di elementi divinatori e aleatorietà postuma criminosa. La quale richiama svariati principi noti per i giuristi reali: principio di legalità della pena, certezza del diritto, rieducazione, personalità, colpevolezza e funzione della pena.

Tutti argomenti di notevole interesse per gli addetti ai lavori.

Il tema della giustizia predittiva usato in CW II lo abbiamo già visto altrove, non solo nel campo della nona arte, chiaro il riferimento a Minority Report.

In Minority Report, sia il materiale originale che l’adattamento cinematografico, si ha a che fare con un ipotetico futuro in cui l’umanità ha completamente eliminato gli omicidi e la maggior parte delle azioni criminali. Ciò è possibile grazie all’istituzione della polizia Precrimine, che utilizza dei veggenti in grado di prevedere il futuro, i precog (abbreviazione di precognitivi), per sventare i crimini prima che questi possano essere commessi. Il protagonista del racconto è il commissario della Precrimine, John Anderton. Nel racconto Anderton viene coinvolto in un complotto ordito dai militari volto all’eliminazione della Precrimine mostrandone la fallacia, dato che questa organizzazione ha progressivamente tolto loro potere e influenza nell’ordinamento statale. Alla fine del racconto Anderton riesce a sventare il piano dei militari anche se questo gli costerà l’esilio dalla Terra.

La giustizia predittiva può essere di due tipi (quello di Civil War II appartiene ad un terzo tipo): analogica, e quindi basata su metodi matematici, una possibilità già esplorata da Leibniz nel 1666 (in Dissertatio de Arte combinatoria), secondo cui, davanti ad una disputa, non sarebbe stato necessario un processo, ma si sarebbe potuto direttamente procedere ad un calcolo. Egli immaginava, cioè, una calcolabilità delle controversie tramite veri modelli matematici; ciò avrebbe determinato una maggiore prevedibilità.

Analogamente Weber (in Die Wirtschaft und die gesellschaftlichen Ordnungen, trad. Economia e Società, L’economia in rapporto agli ordinamenti e alle forza sociali), l’economia moderna può crescere tramite contratti, ma questi esigono un funzionamento del diritto calcolabile secondo regole razionali: la razionalità formale passa dalla calcolabilità completa dell’ordinamento giuridico.

Naturale precipitato di ciò è il seguente assunto: Il diritto è basato su regole scritte e la certezza del diritto altro non è se non la prevedibilità dell’esito giudiziale. Quindi la giustizia predittiva non sarebbe altro che figlia della certezza del diritto, poiché senza predittività non potrebbe esservi certezza, e senza questa il singolo soggetto non sarebbe in grado di orientare i propri comportamenti nel mondo esteriore. L’inciso richiama il concetto attuale, principalmente internazionale, di legalità, in cui si richiede che una norma, per poter orientare il comportamento del consociato, sia accessibile e prevedibile.

Altro esempio paradigmatico di ciò, sempre nel campo penale, è dato dal delitto tentato.

Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica

Il tentativo è quindi integrato quando un soggetto pone in essere atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, ma l’azione «non si compie (cd. tentativo incompiuto) o l’evento non si verifica (tentativo compiuto)». Per la configurabilità del tentativo rilevano non solo gli atti esecutivi veri e propri, ma anche quegli atti che, pur classificabili come preparatori, facciano fondatamente ritenere che l’agente, avendo definitivamente approntato il piano criminoso in ogni dettaglio, abbia iniziato ad attuarlo, che l’azione abbia la significativa probabilità di conseguire l’obiettivo programmato e che il delitto sarà commesso, salvo il verificarsi di eventi non prevedibili indipendenti dalla volontà del reo (sul punto vi è giurisprudenza granitica, tra cui si segnala Cass. 18981/2017). Il tutto costituisce un evidente raffinamento della pregressa formulazione del Codice Zanardelli, l’antecedente storico dell’attuale codice penale, in cui vi era la distinzione tra atti preparatori, non punibili, ed atti esecutivi, certamente punibili.

Più chiaramente: viene punito l’agente, a titolo di delitto tentato, ma scrutinando quello che si sarebbe potuto verificare, ma non si è verificato; in pratica, si pretende dall’interprete un giudizio predittivo. 

Spostandosi dal penale al civile si può menzionare l’articolo 348 bis del codice di rito civile.

Tale articolo sanziona con l’inammissibilità l’impugnazione che non abbia una ragionevole probabilità di essere accolta; ciò vuol dire che l’appellante, prima di procedere all’impugnazione effettiva del provvedimento, dovrà interrogarsi circa la presenza o meno di probabilità di accoglimento, che in concreto vuol dire interrogarsi sul futuro dell’atto da notificare: i) l’impugnazione è ammissibile se sussiste una ragionevole probabilità di accoglimento; ii) l’impugnazione è inammissibile se non sussiste una ragionevole probabilità di accoglimento.

Per parte della giurisprudenza, il giudizio di ragionevole probabilità di accoglimento dell’appello a norma dell’art. 348 bis c.p.c. non si risolve né in una valutazione sommaria parificabile a quella identificata con il fumus boni iuris (quindi una mera parvenza di esistenza del diritto), né in una valutazione a cognizione parziale come quelle relativa ai procedimenti a contraddittorio eventuale. Deve infatti ritenersi che l’appello non ha ragionevoli probabilità di accoglimento quando è prima facie infondato, vale a dire quando non merita neppure che siano ad esso destinate energie del servizio giustizia, sì da sanzionare pertanto l’abuso del processo. La lettera dell’art. 348 bis c.p.c. conferma la presenza di modelli di giustizia predittiva nell’ordinamento.

Lo stesso articolo 7 della CEDU (la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo), declina il principio di legalità penale in maniera più ampia rispetto a quanto fatto dal nostro legislatore, richiedendo altresì l’accessibilità e la prevedibilità,oltre alla presenza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso.

Per quanto concerne il primo, esso presuppone che il cittadino debba disporre di informazioni sufficienti sulle norme giuridiche applicate ad un dato caso .

Dunque, perché le norme siano sufficientemente accessibili, è necessario che esse siano pubblicate o comunque portate adeguatamente a conoscenza dei destinatari.

Per quanto concerne il requisito della prevedibilità, la giurisprudenza della Corte di Strasburgo lo ha articolato in due ulteriori sotto-principi, relativi, uno, al momento formativo della disposizione, l’altro, al momento interpretativo.

In primo luogo infatti, il principio di prevedibilità presuppone la determinatezza nella tecnica di formulazione della norma incriminatrice, ossia una “sufficiente precisione” (corollario applicativo del principio di legalità di cui al comma secondo dell’articolo 25 della Costituzione italiana).

La giurisprudenza CEDU in particolare, richiede che l’illecito penale e la pena siano chiaramente definiti dalla legge, precisando che il termine “legge” debba essere inteso in senso generico e dunque destinato a ricomprendere anche la consuetudine o la common law.

Sicché, anche la definizione giurisprudenziale deve rispondere agli stessi requisiti di determinatezza previsti per le fonti scritte.

Per quanto riguarda il tasso di determinatezza richiesto, la Corte ha affermato che “si può considerare “legge” solo una norma enunciata con precisione tale da permettere al cittadino di regolare la propria condotta; il cittadino pertanto, “deve essere in grado di prevedere, con un grado ragionevole di approssimazione in rapporto alle circostanze del caso, le conseguenze che possono derivare da un atto determinato”.

Il problema maggiore riguarda la legalità, specie se la decliniamo nel contesto di Civil War II, dove non abbiamo né una legge scritta né un fatto commesso.

Come possiamo vedere il concetto di giustizia predittiva non è proprio estraneo al mondo giuridico, anzi tutto il contrario.

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La giustizia predittiva del XXI secolo, l’alba degli algoritmi

Come si diceva in apertura, vi sono due tipi di giustizia predittiva, quella analogica, di cui abbiamo ampiamente detto, e quella digitale, in cui l’elaborazione di standards e di scenari è rimessa a dei software.

Si tratta, volgarmente parlando, dell’impiego di software o, nella species, di Intelligenze Artificiali, per elaborare tassi di rischio di recidiva (di solito) o per esaminare altri possibili comportamenti di un soggetto/una serie di soggetti.

Anche se stando ad un report di ProPublica, dato che i programmi funzionano con i dati che diamo loro “in pasto” vi è la possibilità che questi risentano del clima politico-sociale di riferimento (che come fanno notare da ProPublica, rinforzano il bias di criminalità dei neri rispetto ai bianchi).

Volendo argomentare ulteriormente sul punto, si può portare l’esempio di Eric Loomis. Il quale fu condannato a sei anni di carcere per essere riuscito ad evadere l’arresto della polizia semplicemente nascondendosi in una macchina rubata. La cosa interessante fu che la Corte del Wisconsin basò il suo giudizio, ed anche il coefficiente di recidiva del reo, per il tramite di Compas, un software in grado di simulare, nonché supportare, decisioni giudiziarie per il tramite di svariati algoritmi, definiti “opachi al meglio” dai più. Inutile dire come il Loomis tentò invano di fare ricorso alla Suprema Corte statale del Wisconsin, un ultimo tentativo è adesso pendente innanzi alla Suprema Corte federale degli Stati Uniti.

L’utilizzo di questa sorta di giustizia 2.0 non è comunque una cosa nuovissima, esempi analoghi sussistono anche in Gran Bretagna. Basti pensare ad HART (Harm Assessment Risk Tool) un software creato dall’Università di Cambridge con l’unico scopo di determinare se un sospettato/indagato debba essere tenuto in detenzione preprocessuale oppure no (n.d.r. la fase del pre-trial coincide solo in parte con la nostra udienza preliminare penale). Uno dei principali problemi di HART fu, o probabilmente è, quello che negli algoritmi utilizzati dal programma per calcolare i suoi risultati vi sono chiaramente alcuni campi notoriamente discriminatori, come ad esempio, la storia di vita dei genitori del sospettato, la zona in cui questo vive, e altri fattori principalmente soggettivi, come la razza.

Analogamente, in Francia esistono numerose start-up precipuamente preordinate allo scopo di fornire software di questo tipo: Predictive, Supra Legem, tra  le più note.

Tuttavia l’utilizzo del digitale, nel campo della giustizia penale (e non solo, si può anche pensare al campo della civil litigation e del damage calculation) non è sempre un malus, campione in positivo è sicuramente il caso di Doctrine.fr, un software chiaramente creato con l’intento di eliminare la ricerca legale da parte del professionista forense (e non), lasciando che sia il programma a scremare tra voci dottrinali autorevoli e giurisprudenza maggioritaria. Analogamente Predictice.fr, attualmente in uso presso le Corti di Appello di Rennes, di Douai e dal bar (simil-equivalente del nostro Ordine degli Avvocati) di Lille, il quale promette di porre fine all’aleatorietà della giustizia per muoversi verso un tipo di giustizia maggiormente logica, scientifica o, comunque, controllabile.

Tuttavia l’idea di una giustizia predittiva non è comunque cosa nuova, lo stesso concetto è messo in pratica tutti i giorni, nel quotidiano professionale, di avvocati e magistrati (ed anche dei semplici studiosi). Un utilizzo diverso da quello di cui si è accennato supra ma sicuramente maggiormente naturale per i protagonisti de qua, dopotutto è scopo del singolo difensore, per risultare vincitore nella lite, quello di coagulare una linea d’azione tale per cui si è in grado di predire l’esito di una controversia processuale.

In un recente studio dell’Università di Londra è emerso come, per il tramite dei programmi descritti in apertura, un software sia stato in grado di predire il 79% delle decisioni della Corte Europea per i Diritti Umani (la C.EDU). Lo stesso dicasi per Promoteia, che ha permesso alla Corte Superiore di Giustizia di Buenos Aires di risolvere 1000 casi (di routine) nell’arco di sette giorni (anziché di 83) con un tasso di successo (parametrato alle soluzioni poi effettivamente adottate dai magistrati) del 96% dei casi, più di qualche tentazione viene. Il software è in corso di sperimentazione presso il Consiglio di Stato di Parigi. Ma occorre specificare che è applicabile alle cause routinarie, con tutta l’opacità che deriva dall’utilizzo di questo termine, dato che due casi non sono mai uguali fra di loro.

Un ulteriore caso interessante riguarda poi il cd. Case Crunch 2017 Experiment. Condotto dall’omonima piattaforma inglese, la quale ha indetto la prima competizione tra Intelligenza artificiale e Avvocati in carne ed ossa. L’AI ha vinto con un’accuratezza del 86.6% vs il 62.3% dei legali su casi relativi a proprietà intellettuale discussi davanti al Financial Ombudsman Service.

Il problema, come fatto notare da alcuni ex magistrati, concerne l’oggettività di questa predizione, dato che il software per funzionare deve utilizzare dei dati, i quali sono naturalmente inseriti da qualcuno, o profilati automaticamente dalla macchina. L’esito è ben comprensibile, oltre a portare ad un de-responsabilization dei singoli giudici (i quali di sentiranno legittimati a porre in essere provvedimenti sulla semplice base della percentuale di casi in cui i colleghi hanno agito nel medesimo modus), l’effetto diretto è quello di una justice poisoning, bias di giustizia, dato che se nel sistema vengono immessi dati non corretti (volontariamente o meno) allora ad essere incorretta sarà l’intera impalcatura decisionale. Il risultato non deve tuttavia trarre in inganno il lettore, esempi di poisoning esistono anche adesso, anche ora nel nostro paese, nelle politiche penali perseguite dal nostro legislatore, chiaramente parziali e dettate da un ragionamento di pancia, incompatibile con la logica penale del nostro Ordinamento, nonché con i principi serventi il motore della giustizia penale, sia questa sostanziale che processuale.

Un esempio parzialmente diverso può riguardare il caso di un’ipotetica elezione presidenziale compiuta da parte di Intelligenze Artificiali, come immaginato da Polonski in questo articolo, secondo il quale: “una macchina apprende solo quello che non ci mettiamo dentro, ecco perché il risultato sarà sempre orientato in modo parziale rispetto all’esigenze di oggettività che ci aspettiamo“.

Di guisa il problema di demandare una sorta di giustizia predittiva alle intelligenze artificiali, o comunque a degli algoritmi, risente del problema della fairness di tali strumenti, chiaramente utopistica e inattuabile. Dato che è difficile immaginarsi l’equidistanza dagli interessi, spesso conflittuali, in gioco da parte dei singoli programmatori.

In chiusura, è ben possibile affermare come la giustizia predittiva sia certamente una realtà nel nostro settore giuridico (in Italia dovrebbe fare i conti con l’art. 12 delle Preleggi, ma qui usiamo ancora Windows XP, quindi abbiamo ancora tempo), ma non è nulla di dirompente, specie nella versione classico-analogica. Effettivamente dirompente però potrebbe essere una maggiore raffinazione, nei termini visti sopra, del modello digitale, bisognerebbe solo capire se in bene o in male. Dato che diritto e tecnologia non solo non sempre vanno d’accordo, ma non vanno neanche alla stessa velocità.

Anche perché già abbiamo avuto modo di vedere una versione “cinematografica” del metodo predittivo digitale, con Minority Report, anche se sembrava di più un misto di algoritmi e arte divinatorio-tecnologica. Volendo sviluppare il discorso alle massime conseguenze logiche, se in MR. già si sapeva dell’esecuzione di un crimine da parte di un soggetto allora tanto valeva sopprimerlo alla nascita, facendo venire meno l’attuazione del piano criminoso, nullificando de facto il problema di ogni qualsivoglia repressione penale (tale argomento riguarda il famoso, o fumoso, problema del regresso all’infinito all’interno della teoria condizionalistica).

In ogni caso la giustizia predittiva è destinata ad avere uno spazio sempre più maggiore nel nostro mondo, come dimostrano alcune Agende dell’Unione Europea (o del CEPEJ).

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Civil War 2 e la giustizia predittiva postuma

Conclusa la parte relativa alla giustizia predittiva cd. “classica”, si può ora passare all’argomento centrale di questo articolo, ovvero il concetto di giustizia predittiva presente in Civil War 2.

Facciamo un breve richiamo in punto di continuity Marvelliana:

Notorio come Ulysses emerga dal guscio della terrigenesi a seguito degli eventi di Infinity, anche se tale scena è mostrata per la prima volta solo nel 2016, (quando Freccia Nera decise di rilasciare massicce quantità di nebbia terrigena allo scopo di far rinascere la razza inumana). Tuttavia Ulysses non fa la sua comparsa fino al FCBD del 2016 dedicato a Civil War II, quando scopriamo che è stato avvicinato da Medusa, regina degli Inumani allo scopo di essere allenato ad usare il suo dono, quello delle visioni. Sotto l’egida di Karnak, il nuovo inumano fu in grado di meglio ottimizzare le proprie visioni.

La prima visione importante di Ulysses fu quella che diede il via agli eventi di Civil War II, la distruzione della terra da parte del Distruttore Celestiale (lo stesso Distruttore visto nel numero 9 degli Ultimates, quello mandato dal Primo Firmamento). Grazie alla sua visione, gli Inumani fecero in modo di avvisare con largo anticipo i Vendicatore, in modo da poter organizzare la difesa del pianeta.

La celebrazione successiva tra gli eroi ci mette ben poco a scaldarsi, esattamente nel momento in cui Medusa rende noto ai Vendicatori la ragione dell’anticipo precedente.

Da una parte abbiamo Carol Danvers, la quale suggerisce di usare Ulysses per anticipare tutti i crimini e sventare direttamente tutti i possibili disastri prima che questi accadano; dall’altra parte abbiamo un ben più conservativo Tony Stark, secondo il quale, a ben vedere, punire qualcuno prima che abbia commesso qualcosa, sulla base di qualcosa che forse, solo in via remota, farà è sbagliato. Specie perché le visioni di Ulysses fanno vedere solo l’evento finale, non anche tutto il precedente.

Successivamente, le visioni di Ulysses mostreranno l’attacco di Thanos alla fabbrica PEGASUS, quella dove è custodito il cubo cosmico, nuovamente l’anticipo permette agli eroi, nello specifico la Danvers e gli Ultimates, di approntare una difesa. Ma nonostante la visione si trattò di una vittoria di Pirro, a causa della morte di War Machine e della riduzione in coma di She-Hulk, nonostante la presenza di alcuni pesi massimi come la Rambeau e la Chavez.

Nel corso di Civil War II Ulysses riesce anche a prevedere la morte degli eroi per mano di Hulk, il che porterà gli eroi davvero di fronte al rubicone della moralità, quando uccideranno (per mano di Occhio di Falco) Bruce Banner, il quale era ormai molto tempo che non si trasformava più in Hulk ed anzi era totalmente all’oscuro di ogni cosa.

Nel mentre, successivamente agli eventi di cui sopra, proseguirà l’allenamento di Ulysses, il quale verrà messo in una macchina in grado di amplificare i suoi poteri, mediante l’immissione di una enorme quantità di dati concernente gli eventi globali attuali (vi ricorda qualcosa? La giustizia predittiva digitale e il problema del poisoning/fairness).

Ma è sul culmine dell’evento che Ulysses fa la sua premonizione peggiore, la morte di Ste Rogers per mano di Miles Morales, ed è allora lo stesso Capitan America a mettersi in mezzo, cercando di impedire alla Danvers di compiere l’empio gesto di neutralizzare un ragazzino. Ma tale gesto porterà inevitabilmente allo scontro tra Captain Marvel e Iron Man, finito con la “morte” di Tony Stark.

Inutile dire come il personaggio di Ulysses sia stato utilizzato malissimo nella serie principale, così come la stessa questione della giustizia predittiva, in quanto maggiori spunti di riflessione si rinvengono in alcuni tie-in di Civil War II, tra cui spiccano sicuramente quelli su Ms. Marvel.

Nei quattro numeri dedicati a Civil War II, a Kamala viene attribuita la guida di una squadra di eroi deputata a fermare (possibili) vari criminali dal compiere un indeterminato numero di reati. Kamala inizia ad avere delle remore quando riesce a fermare un semplice furto nel momento esatto in cui questo viene concepito nella mente del soggetto (una sorta di deroga al principio ulpianeo secondo cui cogitationis poenam nemo patitur). Ma è nel momento in cui si trova a dover arrestare un suo compagno di classe che Kamala decide di non poter accettare più questa situazione, e sono proprio i suoi compagni a far risaltare l’assenza di moralità della situazione (ad esempio nella frase, detta da uno del team, secondo cui egli sarebbe in arresto per “prevenire il crimine che questo sta per commettere”), l’assenza delle più basilari garanzie per l’arrestato (“i crimini futuri rientra sotto una nuova giurisdizione).

Tale ultima situazione riecheggia probabilmente l’intenzione della scrittice, la Willow Wilson, di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, richiamando in maniera sottile la situazione per i vari pakistani, musulmani o meno, all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e dell’emanazione del Patriot Act, i quali venivano arrestati sulla base di mere congetture e trattenuti in detenzione presso la Baia di Guantanamo, nella quale non si applicavano le più basilari garanzie del giusto processo. E’ poi lo stesso Bruno, amico di Kamala, a restituire una verità, ovvero la massima secondo cui “non si può rinchiudere qualcuno per un crimine che non ha ancora commesso. La giustizia non funziona così, meglio lasciare liberi cento colpevoli che condannare un innocente”.

Ecco che allora Kamala scopre un’altra verità, Ulysses non vede tutto, non è onnisciente, egli vede solo determinati eventi, e combinazione non vede il crimine commesso da Bruno, il quale rimane quindi ferito, quasi mortalmente, dalla sua condotta. Decisa di volersi affrancare da questo sistema perverso, Kamala decide di dire a MS. Marvel come questa “nuova” giustizia predittiva non funzioni, il sistema non riduce le vittime di un crimine, semplicemente ne crea di diverse. Ed è qui che la Khan attua il suo particolare piano, la dimostrazione che il sistema di Ulysses è imperfetto e manipolabile, attraverso la creazione di un crimine che non esiste, una chiara forzatura degli eventi. Nonostante il risultato discutibile, la Khan succede nel suo proposito ed Ulysses prevede un crimine che di fatto non esiste e la vicenda si conclude con Kamala che espone il suo punto di vista alla Danvers, secondo cui “se rinchiudi qualcuno prima che abbia commesso un crimine, lo trasformi automaticamente in uno dei cattivi, anche se prima non lo era).

Civil War II, e quindi quanto visto fino ad ora, ha posto sul banco allora un terzo elemento. Abbiamo la giustizia predittiva, la certezza del diritto e, visti gli eventi del crossover, abbiamo anche un terzo elemento…

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Giustizia predittiva postuma e funzione della pena

Come era ovvio che fosse, se la giustizia predittiva classica, quella presente già nella nostra realtà, si ricollega al concetto di certezza del diritto e di legalità del diritto; la versione che viene in gioco in Civil War 2 si ispira, per converso, non solo alle legalità classica ma, anche, al concetto di legalità della pena e, più direttamente, con quello della funzione della pena.

Come sanno tutti gli “addetti ai lavori” alla pena è possibile ascrivere almeno quattro funzioni: 1) punitiva 2) retributiva 3) generalpreventiva 4)specialpreventiva.

Tralasciando le prime due funzioni, quelle che ci interessano maggiormente riguardano la generalprevenzione, ovvero detta anche deterrente, secondo cui la pena ha lo scopo di incutere “timore” nei consociati, facendo si che questi si astengano dal compiere reati; ed anche la specialprevenzione, la quale va incidere direttamente sul condannato, rieducandolo e permettendone la risocializzazione.

Ma di quale rieducazione può necessitare un soggetto che viene incarcerato quando non ha (ancora) commesso alcun crimine? Si tratta di interrogativi simili a quelli già menzionato supra in relazione agli effetti del Patriot Act negli Stati Uniti.

A rafforzamento possono anche richiamarsi le conclusioni della Corte Costituzionale nelle celebri sentenze 1085 del 1988 e 322 del 2007 (rispettivamente tese a saggiare l’incostituzionalità della disciplina del furto d’uso e dell’ignoranza inevitabile in tema di error aetatis), le quali ancorché non riferite espressamente alla funzione della pena ebbero modo di definire fin dove la risposta penale poteva spingersi per non frustrare i principi supremi in materia di colpevolezza, rieducazione e personalità della pena. Nello specifico, nella numero 322, si legge che:

“[…] il principio di colpevolezza non può essere «sacrificato» dal legislatore ordinario in nome di una più efficace tutela penale di altri valori, ancorché essi pure di rango costituzionale. I principi fondamentali di garanzia in materia penale, difatti, in tanto si connotano come tali, in quanto “resistono” ad ogni sollecitazione di segno inverso (si veda, con riguardo al principio di irretroattività della norma penale sfavorevole, la sentenza n. 394 del 2006). Il principio di colpevolezza partecipa, in specie, di una finalità comune a quelli di legalità e di irretroattività della legge penale (art. 25, secondo comma, Cost.): esso mira, cioè, a garantire ai consociati libere scelte d’azione (sentenza n. 364 del 1988), sulla base di una valutazione anticipata (“calcolabilità”) delle conseguenze giuridico-penali della propria condotta; “calcolabilità” che verrebbe meno ove all’agente fossero addossati accadimenti estranei alla sua sfera di consapevole dominio, perché non solo non voluti né concretamente rappresentati, ma neppure prevedibili ed evitabili. In pari tempo, il principio di colpevolezza svolge un ruolo “fondante” rispetto alla funzione rieducativa della pena (art. 27, terzo comma, Cost.): non avrebbe senso, infatti, “rieducare” chi non ha bisogno di essere “rieducato”, non versando almeno in colpa rispetto al fatto commesso (sentenza n. 364 del 1988). D’altronde, la finalità rieducativa non potrebbe essere obliterata dal legislatore a vantaggio di altre e diverse funzioni della pena, che siano astrattamente perseguibili, almeno in parte, a prescindere dalla «rimproverabilità» dell’autore (al riguardo, sentenze n. 78 del 2007n. 257 del 2006n. 306 del 1993 e n. 313 del 1990). Punire in difetto di colpevolezza, al fine di “dissuadere” i consociati dal porre in essere le condotte vietate (prevenzione generale “negativa”) o di “neutralizzare” il reo (prevenzione speciale “negativa”), implicherebbe, infatti, una strumentalizzazione dell’essere umano per contingenti obiettivi di politica criminale (sentenza n. 364 del 1988), contrastante con il principio personalistico affermato dall’art. 2 Cost.”

Di fatto la risposta era già concreta molti anni fa, la giustizia predittiva può operare solo nel caso in cui abbiamo visto in apertura, e, quindi, che scenario si potrebbe ipotizzare per una versione di questa come vista in Civil War 2.

Probabilmente nessuno.

Dato che ben presente nell’evento era non solo la strumentalizzazione  dell’essere umano per contingenti obiettivi di politica criminale (il desiderio di Carol Danvers di eliminare tutti i crimini prima della loro verificazione, passando sopra qualunque basilare diritto dell’arrestato), ma anche la responsabilità meramente interna (intesa come appartenente al foro interno) e anticipata del singolo soggetto (sicché non può neanche parlarsi di una responsabilità oggettiva, difettando il nesso di causalità materiale), e non potrebbe neppure parlarsi di una responsabilità a titolo di tentativo, a meno di non voler espandere la categoria degli atti idonei in modo non equivoco anche ai semplici pensieri.

03-1

Conclusioni

In conclusione possiamo certamente affermare come uno scenario alla Civil War 2, o alla Minority Report, potrebbe esistere solo stravolgendo le garanzie penali dell’ordinamento e scardinando l’intera idea di uno Stato di Diritto moderno. Il che non è molto diverso da quello che potrebbe fare, e ha fatto, uno stato fascista (o comunque nazionalsocialista), dato che solamente riscrivendo le regole del gioco si potrebbe pervenire ad un risultato bizzarro e utopistico come quello ricercato in Civil War 2, un risultato che nullificherebbe appunto la stessa idea di Diritto penale, per sfociare nella semplice ars divinatoria. 

Tali conclusioni, ovviamente, riflettono il mondo di riferimento, chiaro che non abbiamo superumani e arti divinatorio reali, ma un risultato del genere sarebbe ben possibile, come visto in apertura, grazie alla scienza e alla tecnologia, unico vero motore del mondo.

E, quindi, accantonata l’idea di una giustizia predittiva postuma (come era lecito aspettarsi), quale ruolo può avere quella che invece è ammessa, ovvero quella digitale, operante per il tramite di algoritmi e modelli matematici, dati e standards di riferimento.

In realtà è troppo presto per fornire una risposta adeguata e soddisfacente, abbiamo visto come l’attuale stato dell’arte richiede o l’input umano di dati, i quali possono (non è detto che siano) essere inquinati/inquinabili facilmente, distorcendo così la previsione finale e frustrando nuovamente quando detto sopra. Oppure ci si può rimettere totalmente a processi automatizzati, con le derive che ne possono scaturire (il riferimento va al Case Crunch del 2017 e all’impiego di intelligenze artificiali).

Un discorso diverso potrebbe farsi per settori diversi dal diritto penale, come quello civile, ma questa è un’altra storia per un altro articolo.

Se siete arrivati fino alla fine spero che l’articolo via sia piaciuto e vi abbia permesso di rivedere Civil War 2 in un’ottica diversa, dato che di Civil e di War vi è ben poco, sarebbe stato meglio utilizzare un titolo diverso, tipo “Justice War” evitando di voler a tutti i costi cavalcare il successo dell’omonimo film, che a sua volta cavalcava l’eredità del primo Civil War.

 

 

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