Fumetti

Redneck I/II/III – La Recensione

Nota introduttiva

In attesa di ultimare la scrittura della recensione del terzo capitolo della saga vampirica di Donny Cates e Lisandro Estherren, ripropongo in veste aggiornata e rivista (e ampliata al secondo capitolo) la mia precedente recensione della prima parte di Redneck.

Aggiornamento: aggiunto il terzo capitolo.

Edito da Skybound (imprint Image) e pubblicato in Italia da Saldapress.

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RISE AND SHINE, IT’S DONNY CATES TIME

Sembra che questo sia un gran bel periodo per Donny Cates, recentemente entrato nelle grazie della Marvel come nuovo “enfant prodige”. Già autore di memorabili run su Doctor Strange, Guardians of the Galaxy, Venom e Thanos. Ed anche dello splendido God Country (ambientato nel suo posto preferito sul pianeta, il Texas), Cates si sta rapidamente affermando come il “nuovo che avanza”.

Capace di uno stile autoriale mai troppo banale e denso ma capace, invece, di far appassionare (ed anche di far riflettere) il lettore ad ogni trama che viene sapientemente creata dalla sua mente riuscirà a farci emozionare anche questa volta con Redneck? Ma prima di tutto, cos’è Redneck, di cosa parla?

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DEEP DOWN TEXAS

Redneck nasce essenzialmente come una felice “crasi” tra Twilight e Shameless, o se preferite tra American Vampire e Southern Bastards, con un pizzico della giovinezza di Donny Cates aggiunto (ovvero l’amore per il Texas, amore già visto in God Country).

Apparentemente, nel caso non fosse chiaro, Cates nutre un amore spaventoso non solo per il Texas, ma anche per le storie sovrannaturali (vedasi God Country, ma anche Doctor Strange) e Redneck non fa eccezione, essendo principalmente una storia di vampiri.

Come dite, “Vampiri? No grazie” e invece dovrete ricredervi. Non siamo di fronte ad una storia d’amore “strappalacrime se avete più di 10 anni ma meno di 16”, non siamo in presenza della solita pomposa storia di ostilità tra vampiri e [inserisci mostro/razza a caso], bensì siamo di fronte alla storia, ed ai drammi, di una famiglia che farebbe volentieri a meno della propria natura.

Ovvero la famiglia Bowman.

I Bowman vivono da sempre, perlomeno nel XX secolo, in una sorta di stato di reclusione, non sono i tipici vampiri che siamo abituati a vedere al cinema, come Blade (o anche nei videogiochi, tipo Vampire: The Masquerade), il loro unico desiderio è di essere lasciati nella loro pace, nel loro isolamento. Tant’è vero che non vagano uccidendo e bevendo il sangue di altri (o a reclutare ulteriori membri nella loro famiglia), la loro è una vita ordinaria.

Talmente ordinaria che sembrano più preoccupati di tenere il barbecue ordinato, o di gestire correttamente il proprio ristorante, piuttosto che mantenere vivo il proprio retaggio. Occasionalmente però si concedono un po’ di sangue, rigorosamente di mucca, misto a del diluente. Sono pur sempre vampiri, con delle necessità naturali.

Tuttavia si avverte qualcosa, dalle parole di JV (uno dei protagonisti) quando ammonisce i propri figli, avvisandoli di non andare in giro a far del male alla gente, e che se lo faranno non saranno più benvenuti in quella casa.

Che qualcosa in passato sia andato “storto”, una strage di troppo magari? Una persona amata morta per i propri misfatti? Insomma è tangibile il velo di tristezza che sembra permeare la vitalità di uno dei protagonisti di Redneck. Di tale tristezza pare anche intrisa la vita dell’altro protagonista, Bartlett, il quale è sempre restio a parlare del proprio passato, come se volesse non aver mai vissuto quel periodo della sua vita. Anzi in alcuni frangenti lo stesso Bartlett preferirebbe essere morto due secoli prima piuttosto che vivere una vita eterna in fuga dai propri demoni.

La famiglia Bowman è composta da quattro figli, tra cui spicca il più piccolo, Perry, con dei poteri fuori dall’ordinario ed il temibile nonno. Quest’ultimo pare essere né più né meno uno dei vampiri superiori più potenti ancora in vita, antico come il mondo, spregevole come la pulizia etnica ed il cui nome non viene mai proferito apertamente.

Da un punto di vista di attività professionale, i Bowman si fanno aiutare da alcuni “famigli”, ovvero umani non convertiti forzosamente, ma ben lieti di poter entrare nelle grazie della famiglia. Insomma può far sempre comodo un vampiro per amico.

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YOU NEED TO HAVE FAITH

Altro elemento ricorrente nelle storie di Cates è la religione, già presente anche in God Country, il che non sorprende viste appunto le origini dell’autore ed il peso che ha la fede nei territori meridi degli Stati Uniti (tipo Texas). Tale elemento in Redneck viene mostrato essenzialmente nella lunga lotta, fin dai tempi della caduta di Alamo, tra i Bowman e i Landry, quest’ultimi una famiglia prima di soldati e poi di ecclesiastici. Insomma, si ripropone anche in questo caso l’antitesi tra il bene e il male, tra i vampiri e la chiesa, un clichè forse evitabile.

Ovviamente il “fato” giocherà le proprie carte ed il relativo atteggiamento da guerra fredda, di aggressiva neutralità, tra i Landry e i Bowman si infrangerà in un milione di pezzi, superando il punto di non ritorno e cambiando per sempre, ancora una volta per i Bowman, la vita di entrambe le famiglie.

There will be blood, e con questa citazione mi fermo con gli spoiler sulla trama, visto che il volume costruisce lentamente la sua ragion d’essere per culminare con uno spettacolare colpo di scena nell’ultimo numero.

Ottima conclusione di questo primo arco, al fine anche di non rendere troppo decompresso ed eccessivamente introduttivo questo volume.

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EYES UPON THY

“Ci siamo voluti molto bene” e nell’attesa del terzo capitolo riprendiamo le fila di Redneck muovendoci sul middle chapter, ovvero “Gli occhi addosso“.

Dopo gli eventi del primo volume, i Bowman si trasferiscono in Texas, cercando un modo per raccogliere i cocci di quanto accaduto nel corso del primo volume.

Questo secondo atto ci mostra come i Bowman vivono dopo 8 mesi dalla fuga (n.d.r Time Runs Out). Inutile dire come protagonista di questo secondo volume sia la piccola Perry, come già ci si poteva aspettare all’inizio.

Ci eravamo lasciati col tentativo di capire chi avesse messo il cappio uno dei figli di JV, passando per la successiva “vampirizzazione” di uno dei personaggi cardine del primo volume, arrivando al momento in cui i nostri sono costretti a lasciare Sulphur Springs in seguito all’arrivo della polizia.

La famiglia dei Bowman si allarga, decidono infatti di adottare un neo-vampiro SPOILER (n.d.r. almeno si evita il nome). Bartlett lo prende fin da subito come suo protetto, cercando come può di introdurlo a questo suo nuovo “stato dell’esistenza”. Alla fine basterebbe fargli vedere un po’ di Buffy, e, dopotutto, il sangue di maiale non fa manco così schifo. In ogni caso, Bartlett sconsiglia al “nuovo sangue” di vampirizzare qualcuno, risultando alla fine solo come una palla al piede ed una bocca in più da sfamare.

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Tuttavia le cose non vanno esattamente come sperato, ed il nuovo membro decide di ignorare bellamente le regole, vampirizzando, di fatto, un sacco di persone. E questo costerà molto caro alla famiglia Bowman, nello specifico a JV.

Finendo qua gli spoiler sulla trama, il tema cardine di questo volume di Redneck riguarda le conseguenze dei piccoli errori, la somma di questi nel bilancio finale. Bilancio che non può non tener conto del fatto che i protagonisti sono tutti immortaliEd alla fine i Bowman han fatto solo due “macroscopici” errori: nel primo volume hanno lasciato il nonno, pieno di livore atavico, in soffitta; in questo secondo volume, invece, si sono fidati della persona sbagliata.

Continua, e non poteva essere diversamente, l’ottimo lavoro di caratterizzazione dei personaggi fatto dal Cates. Il più interessante risulta essere proprio Bartlett, forse visto anche il suo progressivo affrancarsi dalla cultura vampirica, senza contare che anche lui, lo si ricorda, è stato adottato dai Bowman.

Analogamente prosegue la meticolosa opera di intimità imbastita dall’Autore, il quale non si fa problemi a parlare di drammi familiari, del concetto di famiglia e del “lavare i panni sporchi in casa propria”. Nel senso che, stando allo stesso Donny Cates, la famiglia può certamente cambiarti in meglio, ma può anche renderti una persona peggiore. Senza ulteriormente aggiungere altri spoiler si può dire come al termine del volume cambierà il bilancio dei personaggi in gioco, qualcuno ci “lascerà” e qualcun altro arriverà. Altro tema portante, in questo volume, riguarda il fattore della “diversità”, rappresentata dal vampiro, il quale viene percepito come ostile, e in quanto tale una minaccia da braccare ed eliminare. Si tratta, come percepito chiaramente durante la lettura, del naturale precipitato di quanto visto nel primo volume, ovvero di una difficile convivenza tra specie pericolose.

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IT’S A LONG WAY DOWN.

Il terzo capitolo inizia in modo decisamente diverso da quello precedente, e per tutta la durata del volume abbiamo ben due trame parallele da tenere d’occhio: quella relativa al presente, e ai fatti accaduti nel volume precedente; quella nel passato, con cui vengono ripercorsi determinati eventi gravitanti all’area di Bartlett e Johnson (J.V.). A tutto questo si somma un discreto salto temporale, dieci anni, verso i due terzi del volume. Ovviamente non si vuole spoilerare nulla, basto però il riferimento all’introduzione, in questo volume, del Parlamento degli Anziani, il quale si ritroverà a decidere del fato della famiglia Bowman (specie dopo gli eventi di Waco).

Si può tranquillamente affermare come il nome di questo terzo capitolo sia perfetto (“Mogli e buoi”), azzeccato per tutta la situazione che viene a crearsi dall’inizio fino a, verosimilmente, la metà del volume. Cates riesce perfettamente a gestire una situazione molto simile a quello del suo God Country, aggiungendo comprimari perfetti, i quali si incastrano con notevole precisione nelle vicende dei Bowman. Il riferimento è chiaramente a Ingrid July, su cui tuttavia nulla può dirsi, ma che si riveleranno incredibilmente importanti, specie la seconda, per J.V. e Bartlett. Ovviamente la parte migliore del volume è quella dopo il salto temporale: emozionante, intima, profonda, accogliente, spirituale. Queste cinque parole sintetizzano il momento migliore della famiglia Bowman.

Ma un atavico male sta per tornare, male sia letterale sia figurato. E la vita dei Bowman sarà nuovamente sconvolta, questa volta fino alle fondamenta, fino alla base.

Forse per sempre, forse nulla rimarrà di quei bei momenti a cui il lettore può assistere nel finale di volume. Ed il carico nei suoi confronti è fin troppo pesante, specie se il lettore si è affezionato ai personaggi (come noi del resto) e alle loro centenarie vicende.

Inutile dire come il finale possa riassumersi in tre sole parole…

BRUTALE

INASPETTATO

IMPIETOSO

Ci rivediamo al quarto volume, se sopravviverete all’esperienza di questo terzo atto.

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ANATOMY OF A VAMPIRE

Archiviata la parte della trama, non possiamo che essere davvero interessati a vedere il futuro della famiglia Bowman, e i relativi drammi.

Ma ancora più interessante sarà vedere Cates al lavoro su un altro titolo in cui sembra invischiato personalmente. Le idee ci sono tutte, ed il primo volume si conclude in modo netto, garantendo una piacevole lettura anche per chi non hai mai letto nulla di questo Autore.

Ai disegni troviamo l’argentino Lisandro Estherren, quasi-neofita (mi viene in mente solo qualche sua produzione per i BOOM! Studios), il quale fa del suo meglio per mettere sulla tavola da disegno la vita quotidiana dei Bowman e le atmosfere dark e thriller dell’hinterland texano (la storia di svolge a Sulphur Springs). Il tratto sanguinolento, denso, sporco e crudo del disegnatore ben si attaglia a questo tipo di storie (come disegnatori simili mi vengono in mente Ortiz, Caceres e altri “volti noti” della Avatar Press), dove non è mai ricercato il dettaglio assoluto ma si cerca di entrare in empatia col lettore, cercando di trasmettergli sensazioni tipiche come se fosse egli stesso a viverle in prima persona.

Realizzati davvero bene sono poi i personaggi, i quali vengono ora mostrati come sudici e sporchi, ora come temibili e immortali, in ogni caso sempre terribili. (un grande lavoro è stato fatto sul nonno dei Bowman, il quale è disegnato come vulnerabile e micidiale allo stesso tempo). Tuttavia i personaggi non vengono mai raffigurati con un livello di dettaglio anatomico sufficientemente dettagliato, e questo potrebbe trattenere qualche lettore dal concedersi completamente a Redneck, specie gli amanti di uno stile maggiormente qualitativo (dal punto di vista del dettaglio, nello specifico quello facciale).

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Volendo paragonare il lavoro di Estherren a qualche altro prodotto simile non si può far altro che pensare al Southern Bastards di Jason Aaron e Jason Latour, sia per quanto riguarda il comparto artistico quanto per il setting intimo/familiare di riferimento, a cui è ovvio che qualcuno (Cates) ha aggiunto un po’ di Vampire The Masquerade.

Aggiornamento sul terzo volume: nonostante le lodi intessute nelle precedenti puntate, pare che il tratto di Lisandro sia risultato eccessivamente opaco e abbozzato nel terzo volume, forse fin troppo sporco. Speriamo si tratti solo di un incidente di percorso, dato che il declino qualitativo si sente in alcune sequenze, specie le più concitate.

Da un punto di vista di colori, Dee Cunniffe intrattiene il lettore egregiamente, completando il lavoro di Lisandro con un uso massiccio del colore nero, intervallato da rossi e blu in continuazione (particolarmente azzeccata la scelta di usare questi due per mostrare i bagliori negli occhi dei vampiri, i quali probabilmente stanno a esprimere anche le varie emozioni dei personaggi).

Ed è l’uso del colore a farci capire quando si è in presenza di situazioni di pericolo e rabbia e quando, invece, si è in situazioni più intime e tranquille. Ma Cunniffe dimostra padronanza anche nell’uso di colori caldi e “mattinieri”, specie quando deve mostrare il nemico numero uno dei vampiri: il sole, o meglio, l’alba. Ed anche in questo caso riesce a trasmettere allo stesso tempo paura e calore, i quali si rinvengono nella sensazione di paura tipica dei vampiri quando si ritrovano alla luce del giorno.

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BLOODY LAST WORDS

Questa nuova creazione indie di Donny Cates merita sicuramente di essere tenuta sotto osservazione, e questo per più di una ragione: una trama incalzante e mai banale, con un’equa componente introspettiva e riflessiva sulla condizione vampirica e su quanto “difficile” possa essere vivere per sempre; una componente artistica di pregevole fattura, disegni sporchi, vampiri egualmente orribili e terribili allo stesso momento; una scelta di colori azzeccata, che mischia sapientemente tinte di nero e colori di diversa intensità.

Il soggetto può però non essere per tutti, la tematica vampirica non ha mai avuto particolare fortuna nel comicdom (fatte salve alcune eccezioni, come American Vampire di Snyder, Blood di Gaiman o il Crimson di Augustyn), complice forse anche l’influsso “tumorale” di alcuni adattamenti televisivi/cinematografici che hanno fatto scemare l’interesse.

Redneck non è una storia di vampiri comune, è principalmente una riflessione “a fuoco lento”, la quale porta il lettore ad interessarsi ad ogni singolo personaggio e ai suoi relativi segreti, nello specifico al passato del gruppo protagonista, solo secondariamente è una storia di lotta tra il bene ed il male. Anzi questo binomio è sostituito dalla una pressante intenzione di rottura col passato, con le stragi e con i vari spargimenti di sangue, in favore di una vita tranquilla (se di vita si può veramente parlare) lontana dalla società.

Ma Cates si merita decisamente la fiducia di ogni lettore, specie visto il copioso, nonché minuzioso, lavoro ricostruttivo che sta facendo presso la Casa delle Idee, dopo aver rilanciato Doctor Strange verso vette altissime e scrivendo un Thanos come solo il primo Starlin riuscì a fare. A cui adesso va aggiunto l’ottimo lavoro su Baby Teeth, la contemporanea riscrittura di Venom (che assolutamente non può mancare nella collezione di ogni amante del fumetto moderno, specie per i rimandi alla mitologia di Spawn di inizio 1990) ed anche il rilancio dei Guardiani della Galassia (a cui fa eco Cosmic Ghost Rider). Insomma, Cates si è ormai (sono passati due anni da quando scrissi la recensione del primo volume di Redneck) ritagliato una comfort zone di scrittura alquanto impressionante, riuscendo a coagulare sotto la sua egida personaggi non solo di nicchia, ma anche franchise ben rodati e, molto spesso, affidati ad autori più blasonati.

Il primo volume può dirsi autoconclusivo ed equilibrato, per questo motivo va preso se non altro per dare una possibilità ad una storia fuori dall’ordinario vampire-horror.

Certamente si consiglia anche il recupero del secondo volume, che altro non fa se consolidare l’ottimo lavoro di Cates sul microcosmo dei Bowman ed i dilemmi cittadini di Sulphur Springs e zone limitrofe, Tenendo impegnato il lettore con una serrata esposizione sul peso dei propri errori nella vita dei protagonisti e dei personaggi che ama.

Il terzo volume è inevitabilmente un capitolo importantissimo per Redneck e la famiglia Bowman, un vero e proprio punto di svolta. Cates ha dimostrato ancora una volta non solo di saper mantenere un livello qualitativo impressionante, ma, addirittura, di essere in grado di superare se stesso. Facendolo prima con una carezza e poi con un pugno dritto al cuore. Se non fosse per alcune sbavature artistiche potrebbe essere un capitolo praticamente perfetto, ma anche se inficiato da queste, Redneck rimane un capolavoro moderno della nona arte, un gioiello tutto in divenire. Che dire, speriamo in un veloce quarto volume.SALDAPRESS.o1jpg.jpgno e rispettano.

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