Fumetti

Unholy Grail, di Bunn e Colak. Rileggere Artù tra i demoni – La Recensione

La leggenda vede un giovane arrivato dal nulla estrarre la spada nella roccia e diventare Re.

È la storia di Artù, del ciclo dei cavalieri della Tavola Rotonda, è il mito di stampo medievale che più di tutti ha riscosso risonanza nell’immaginario collettivo. Una matrice che ha vissuto infiniti adattamenti, da cui autori e artisti hanno preso spunto per cucirvi addosso le proprie visioni.

Unholy Grail però parte da un altro presupposto: Se la storia di Re Arthur Pendragon non fosse altro che la deriva partita da una malefica manipolazione? Se il personaggio di Merlino non fosse invece altro che un imbonitore, o peggio, un demone in grado di raggirare il legittimo erede alla corona e tutto il popolo britannico?

Questo è l’idea alla base di Unholy Grail, scritto da Cullen Bunn (Uncanny X-Men, Deadpool) e disegnato da Mirko Colak (Punisher) e portato nelle nostre fumetterie da saldaPress.

La storia parte da una Camelot devastata, ridotta a macerie, resti umani e desolazione. Una terra sconfitta per mano stessa degli uomini, veri esseri imperfetti e soggetti a continue tentazioni e debolezze. È in questo panorama senza speranza che si aggira il demone che prenderà le sembianze di Merlino, e che muoverà le fila della trama e del destino del regno.

In questa rivisitazione del mito gli spunti ad altre opere sono chiare, così come l’impostazione che si vuole dare alla narrazione. L’idea alla base è di un racconto fantastico incline all’horror, con ampio ricorso a suggestioni visive truci e (nelle intenzioni) di impatto.

Eppure ai corpi mutilati della prima parte segue una ricerca dei demoni interiori dei protagonisti, di cui Merlino è solo un portavoce più esplicito. Il male dell’uomo non sta nel mostro fuori da lui, ma nel suo animo corrompibile, nella sete di potere, nel desiderio fine a sé stesso e nel dolore che riesce ad arrecare ad altri per proprio tornaconto.

Non è eroe Arthur, né Ginevra o Lancillotto, non sono la speranza di Camelot, semmai ne sono l’altoparlante. Sono emblemi del marcio interiore dell’umanità a cui fanno da rappresentanti.

Nelle intenzioni, la rilettura del mito è senz’altro meritevole di interesse, lo spostare le vicende dalle gesta eroiche all’introspezione è sicuramente una chiave di lettura fresca e interessante. Lo sono meno, a mio avviso, i risultati finali in termini narrativi e visivi.

Non ho apprezzato a pieno i disegni, che toccano buoni livelli di precisione del tratto in alcuni frangenti, per essere invece imprecisi nella maggioranza delle vignette. Uno stile che punta alle fisionomie realistiche di corpi e tratti somatici, ma che scivola in errori che ne minano la pulizia visiva di insieme. A questo aggiungo anche una, a tratti indigesta, gestione dei colori, troppo accesi e “vitali” in occasioni in cui invece era richiesta oscurità e pessimismo. Questa vuole essere una visione a tratti lovecraftiana della vicenda, ma si dimentica delle scale di grigio e del buio. La narrazione soffre di riflesso di questa gestione visiva: perchè dove il flusso di immagini e parole richiede una certa solennità del tratto trova invece luce e imperfezioni grafiche. E tutto risulta meno convincente, il messaggio ne viene inquinato e smorzato, arrivando in minima parte a segno e a costo di uno sforzo del lettore.

Insomma, un progetto a mio avviso ottimo sulla carta e nelle intenzioni, che si ferma a questo e poco più. Segna comunque l’immortalità del soggetto di fondo e la volontà di mettere le mani su un materiale che ha avuto illustri predecessori.

Con più cura e attenzione forse avremmo avuto ben altro risultato.

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