Cinema

Detective Pikachu: i Pokémon sono tra di noi – La Recensione

Era inevitabile, è sempre stata solo una questione di tempo e di possibilità tecniche. Siamo di fronte al brand più popolare e redditizio della cultura pop degli ultimi venti anni, esploso dapprima in Giappone e capace di conquistare il resto del mondo senza mai un segno di cedimento.

Fino ad oggi i lungometraggi sui Pokémon sono stati realizzati mediante tecnica di animazione, negli anni con qualità man mano discutibile e relegati all’home video (almeno in occidente). Al brand letteralmente mancava solo un film live-action, da inserire al tentacolare ambito multimediale in cui i mostriciattoli tascabili imperversano. Film che è arrivato, si chiama Detective Pikachu e segue le orme della omonima vicenda raccontata in uno dei giochi spin-off (disponibile per 3DS dal 2018). Siamo lontani quindi dalla tipica narrazione dei giochi principali, in cui ragazzini avventurieri vivono catturando creature e facendole combattere per raggiungere il rank di Campioni della Lega Pokémon.

Protagonista è il giovane Tim Goodman, disilluso dal diventare allenatore di Pokémon e giunto a Ryme City dopo la scomparsa del padre. La città è il perfetto esempio di una pacifica convivenza tra umani e mostriciattoli, un posto all’apparenza idilliaco. Qui fa la conoscenza del Pokémon compagno di suo padre, un Pikachu parlante (che solo Tim comprende) che ha perso memoria ma non il fiuto per le indagini. I due percepiscono che dietro l’incidente di Harry Goodman ci siano dei misteri da risolvere e decidono quindi di fare squadra per trovare risposte.

Uno dei punti di interesse e proprio questo: la storia mantiene l’immaginario di origine intatto, ma trasferisce il fulcro delle vicende in un’ambientazione tipica di un qualsiasi film di fantascienza. Ryme City ci appare come il tipico contesto urbano futuristico, di viottole umide e spesso oscure, in cui la civiltà umana convive con altre creature (qui Pokémon in sostituzione di animali domestici, in altre opere androidi e simili). Questo è lo stratagemma narrativo che era necessario e che intelligentemente è stato applicato: ricalcare su uno schema familiare al pubblico queste creature, di fatto normalizzandole e rendendo il tutto coerente, alla stregua di altri prodotti del genere. Come primo approccio per creare un franchise che contenga questa mitologia è senza dubbio la scelta più sensata, perché evita in primis di risultare la copia carbone delle storie già vissute nei giochi, oltre che apparire più interessante ad un pubblico più vario e ampio.

Non siamo di fronte a nulla di rivoluzionario né visionario, non è la nuova frontiera del sci-fi, né rappresenta un nuovo modo di fare il thriller per ragazzi. E il profilo è volutamente basso e non tenta voli pindarici alla ricerca di un’estetica nuova, e l’operazione convince anche per questo. Sarebbe stato un azzardo ed un dispendio di risorse notevole, di cui il brand ad oggi non ha bisogno per vendere. Questo Detective Pikachu vuole essere un film per ragazzi all’insegna della semplicità, sia di intreccio che di aspetto visivo. E visivamente nulla da eccepire, dal maestoso Charizard ai teneri Jigglypuff e Snubbull, fino al Pidgey sul lampione, ogni Pokémon a schermo risulta ottimamente animato e credibile nella sua versione “realistica”.

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Per dei mostriciattoli che risultano vincenti, non si può dire altrettanto dei protagonisti umani, che non risultano mai abbastanza incisivi e carismatici, anzi ricalcano stereotipi e clichè dei gialli. L’eroe, la femme fatale giornalista, il villain che nasconde un segreto, nessuno di loro esce dallo schema né risulta particolarmente esaltante in scena. Anche la regia di Rob Letterman (Shark Tale, Monsters. vs. Aliens) è tutto sommato priva di estro particolare e limitata ad un compito eseguito bene, pur con qualche calo di ritmo.

Nonostante il “già visto” sia evidente e vada a discapito del senso di imprevisto e del colpo di scena che un buon thriller dovrebbe avere, siamo di fronte ad un più che buono film per ragazzi nel suo complesso. Pikachu ruba la scena, riesce ad essere graffiante nell’ironia pur senza valicare il limite del grottesco, ottimamente realizzato a livello visivo e che meriterebbe altre avventure future. Inoltre pur volendo raccogliere interesse nel pubblico generalista, c’è pane anche per i fan storici del brand, con easter eggs a profusione e richiami nascosti ad ogni inquadratura.

Il risultato è convincente, i più piccoli apprezzeranno quanto gli ormai adulti fan della prima ora, la possibilità di creare un franchise valido è verosimile. Di sicuro rimane tra le vette qualitative più alte per quanto riguarda la trasposizione di un videogioco in film.

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