Serie Tv

Game of Thrones 8×5: The Bells, ovvero come imparai a bruciare tutto infischiandomene dei fan

Sicuramente la quinta puntata di Game of Thrones, The Bells, non è un prodotto fatto, finito e confezionato per il fandom della serie tv più chiacchierata degli ultimi anni. 

Tantissime sono le polemiche che si stanno susseguendo in queste ultime ore e tanti sono i fan scontenti di quello che hanno visto nella puntata trasmessa questa notte. Ciò che i fan rimproverano alla puntata è la troppa velocità con cui sono state trattate le scene di maggior impatto sull’arco narrativo e, soprattutto, i cosiddetti e fantomatici “buchi di trama”, a cui tutti si appellano ma che in pochi riescono a identificare davvero, vuoi per la troppa socialità con cui si sta vivendo l’evento televisivo, vuoi per la voglia, sottesa, di seguire una massa di Immacolati al grido di Dracarys

Veniamo al dunque. La puntata, visivamente, è qualcosa di mai visto prima all’interno di una serie tv. Se la battaglia contro il re della notte ci aveva fatto gridare al capolavoro, The Bells mette a punto una messa in scena perfetta che tocca apici altissimi nella narrazione silenziosa e parallela delle vicende che vedono protagonisti Sandor (il Mastino) e Arya. Una narrazione questa che ci tiene incollati allo schermo e alla confezione di xanax. 

L’interpretazione degli attori è stata magistrale anche in questo episodio e le scelte dei vari personaggi sono state interiorizzate a tal punto da rendere tutti i volti delle maschere drammatiche. Penso ad Arya e al suo volto ricoperto di polvere, Sandor e i suoi occhi sfregiati, Cersei e le sue lacrime, Verme Grigio e il suo odio. Penso a Daenerys che per la prima volta appare in un primo piano dove si contano già i segni della follia, gli occhi cerchiati e il viso stanco, quasi rugoso, affranto dalla perdita e dalla disperazione. 

Questa è una puntata corale dove quasi tutti gli archi narrativi si concludono, bene o male che sia, con molta drammaticità e semplificando, a volte, le azioni per un fine più grande, una sorta di spettacolarizzazione del dolore che viene interiorizzata dai personaggi. Ognuno di essi è un tassello nel grande gioco dei troni, il potere logora così tanto quanto la vendetta sperata, ricercata e non ottenuta. 

Stiamo assistendo a un capovolgimento radicale di intenti, colei che rompe le catene è colei che brucia approdo del re in un misto di pazzia e chiara, lucida, freddezza calcolatrice. Una soluzione che può essere sì frettolosa, quasi incomprensibile a mente calda, ma che risulta essere assolutamente prevedibile e chiara cercando di riorganizzare le idee e l’excursus dei vari personaggi. 

Siamo giunti ormai alla fine dei giochi, alla fine delle strategie, ci rimane solo da contenere la follia spietata di colei che avrebbe dovuto liberare Westeros dalla tirannia ma che, invece, vuole imporsi ella stessa come la più terribile dei tiranni. “Se non possono amarmi, allora devono avere paura”. Sappiamo bene a cosa ha portato in passato un ragionamento del genere. 

Quello che è venuto meno in questo penultimo episodio diGame Of Thrones è il karma tanto caro e importante in tutto l’arco narrativo che conosciamo e la risoluzione di alcune delle più strane teorie e profezie su cui abbiamo costruito castelli fino ad oggi. L’unica che si è rivelata vera, almeno in parte, è quella che la strega Maggy la Rana fa a Cersei a proposito del Valonquar. La morte di Jamie e Cersei è miserabile, proprio come miserabili sono state le loro vite fino a quel momento. Come topi in un grande laboratorio alchemico muoiono sotto le macerie del luogo che ha visto fiorire la loro perdizione, il loro amore miserevole eppur così autentico. 

Non posso dare un giudizio, mancano troppi tasselli per completare il puzzle finale, fatto sta che ormai non si gioca più per il Trono di Spade, dal momento che un trono non esiste più, ma si gioca per la vita. Staremo a vedere con chi sceglierà di accompagnarsi, stavolta, il dio della morte. 

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