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La Morte degli Inumani – La Recensione

Recensione del cartonato, pubblicato in Italia da Panini Comics, di Death of the Inhumans, contenente i cinque numeri della miniserie scritta da Donny Cates e disegnata da Ariel Olivetti. Come sempre, prima di addentrarsi nella recensione vera e propria, è doverosa una piccola introduzione sulla famiglia Reale più bistrattata di tutta Nuova Attilan, nonché sull’amatissimo Cates.

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THE INHUMAN, DONNY CATES 

Di Donny Cates si è già parlato a più riprese, specie durante le recensioni dei tre volumi di Redneck (l’ottima saga urbana di vampiri, creata da questo).  Ma il compito che questa volta gli è stato affidato non era proprio dei migliori, obiettivamente non era manco interessante da un punto di vista di continuity. Gli Inumani avevano perso gran parte del loro appeal durante la gestione ANAD della Marvel (Il periodo editoriale successivo al Marvel Now/All New Marvel Now), nonostante una serie tutta loro, iniziata in modi davvero promettenti (n.d.r. la riunione di Medusa con Black Bolt in seguito agli eventi di Secret Wars e Infinity, nello specifico l’affiliazione di Black Bolt col think tank degli Illuminati), il resto si era poi perso nel vuoto editoriale e in un crossover (IvX) privo di davvero alcuna valenza. Senza mettere in conto le due mini venute dopo questo evento.

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Ma se comunque si ripercorre la storia editoriale della Famiglia Reale Inumana, ci si rende conto di come ben pochi momenti di spicco esistano in questa. Togliendo dall’arazzo le prime storie datate 1965-1967 (FF. 45-48), nonché la loro prima serie ufficiale, scritta da Doug Moench e disegnata, tra gli altri, da Gil Kane e George Pérez, tesa più che altro a raffinare il lore di riferimento, ossia i collegamenti con la cultura Kree, i cristalli terrigeni e i difficili rapporti col fratello di Black Bolt, Maximus, villain principale di questa intera serie, e non solo, datata 1975-1977.

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Senza ombra di dubbio fu merito della linea Marvel Knights, fortemente voluta da Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, l’aver rilanciato in chiave moderna le avventure degli Inumani. Questo avvenne nel 1998 con Primo Contatto (Inhumans: Marvel Knights) scritta da Paul Jenkins e Jae Lee, una coppia ben rodata, che in seguito avrebbe poi rimodulato le origini di un altro personaggio controverso dell’Universo Marvel, ossia Sentry (The Sentry). In Primo Contatto si esplorarono maggiormente le radici aliene degli Inumani, nonché gli eventi circostanti il loro arrivo sulla Terra e i collegamenti tanto con i governi terrestri quanto con quello di Atlantide (ossia con Namor), fu compiutamente realizzato, altresì, l’affresco sulla religione e lo stato sociale degli Inumani, e maggior risalto venne dato ai rapporti interni alla casata Reale. Il tutto realizzato in modo magistrale da un Jae Lee al top della sua forma artistica, la quale sarebbe poi svanita piano piano.

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Successivamente si ebbero alcuni eventi editoriali di minor successo, tra cui Silent War, creata direttamente come fallout diretto di House of M e Son of M. Inutile ricordare il retaggio pesantissimo di House of M e le fatidiche tre parole pronunciate da Scarlet in occasione di quegli eventi (“No More Mutants”). Per quel che ci concerne fu molto più interessante ciò che venne dopo: con Son of M furono esplorati gli eventi paralleli e successivi a Decimation (ovvero il day after di House of M), nonché la lenta discesa nella depressione di Quicksilver, rimasto non solo depotenziato, successivamente a House of M, ma anche emarginato tanto dagli Inumani (il divorzio da Crystal, sorella di Medusa) quanto dagli X-Men (di fatto fu proprio lui a distruggere i mutanti). Silent War, scritta da David Hine e disegnata da Frazer Irvingebbe il merito di osservare meglio da vicino la discutibile crociata di Quicksilver successivamente alla storia sopra riportata, ovvero il recupero di parte dei suoi poteri rubando i cristalli terrigeni, esponendo nuovamente gli Inumani a delle inutili battaglie coi vicini governi umani, nello specifico il governo degli Stati Uniti e i Vendicatori.

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Un ruolo di ancora maggior spicco per gli Inumani fu durante la prima wave cosmica. Dan Abnett e Andy Lanning, veri e propri architetti e innovatori di questo rinascimento cosmico, riuscirono non solo a rendere gli Inumani davvero interessanti nel corso di questo periodo editoriale, a cavallo tra il 2006 e il 2010, ma anche a realizzare le prime storie davvero meritevoli in materia di Guardiani della Galassia. Come detto precedentemente  si tratta di un periodo che prese le mosse con Annihilation, saga cosmica in cui venne inizialmente abbozzata, per poi essere compiutamente realizzata in Annihilation Conquest, la seconda interazione dei Guardiani della Galassia, ineluttabilmente la loro versione migliore. Con un team composto oltre che dai canonici Groot, Rocket Raccoon, Star-Lord, Gamora e Drax, anche altri comprimari di spicco, tra cui Vance Astro, Mantis, Quasar e Adam Warlock. Ma fu durante il successivo crossover, War of Kings, che la famiglia Reale fece davvero il botto, diventando una vera e propria powerhouse. WoK prendeva le mosse dagli eventi di Genesi Letale, evento mutante, disegnato da Marc Silvestri e scritto da Ed Brubaker, in cui il Professor Xavier rivelava agli X-Men non solo dell’esistenza di un terzo team di X-Men mandato sull’isola di Krakoa, ma anche che uno degli elementi di questa squadra era il secondo fratello di Scott Summers, Gabriel Summers.

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Gabriel fu fin da subito identificato come mutante di livello Omega, il cui unico scopo divenne quello di eliminare gli Shi’ar dalla faccia dell’Universo, rei di aver distrutto la sua famiglia d’origine e di averlo reso così instabile e oltremodo potentissimo. Fece da preludio a WoK il maxi-story arc “The Rise and Fall of the Shi’ar Empire”, arco narrativo composto da 12 parti, uscito interamente su Uncanny X-Men come parte della gestione Brubaker sui mutanti. WoK fu importante per aver dimostrato per la prima volta il reale potere di Black Bolt e della sua voce, capace di “eliminare” Gabriel Summers dalla faccia dell’Universo, anche se ad un prezzo non indifferente per la famiglia Reale.

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Ultima scintilla editoriale inumana fu quella avuta durante Infinity, scritto da Jonathan Hickman, disegnato da Jim Cheung, Jerome Opeña e Dustin Weaver. Nel corso dell’evento si assistette all’invasione della Terra da parte di Thanos e del suo Ordine Nero (il quale poi apparirà anche nella versione MCU), con l’obiettivo preciso di esporre Black Bolt alle richieste del primo, ovvero la locazione del figlio perduto di Thanos, Thane. Non volendosi piegare alle richieste del Pazzo Titano e, contemporaneamente (di accordo con Maximus), ricercando un modo per accendere nuovamente la linfa vitale degli Inumani, decide di detonare Nuova Attilan (che si trovava sopra il fiume Hudson) rilasciando ingenti dosi di nebbie terrigene sul pianete, dando vita a tutta una nuova generazione di Inumani (di cui Ms. Marvel, Kamala Khan, fa parte a pieno titolo).

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Se l’idea fu un successo, perlomeno nell’immediato, a lungo termine si rivelò un flop. Certamente valida fu la miniserie Inhuman, complice anche la presenza tra i disegnatori sia di Ryan Stegman che, soprattutto, di Joe Madureira; tuttavia le serie successive (Uncanny Inhumans All-New Inhumans) furono tutte fuorché costruite bene. Neppure ben congegniate potevano dirsi alcune scelte ancillari, come la venuta in essere di Ulysses (vera e propria scintilla concernente gli eventi di Civil War II) e la morte di Scott Summers per il tramite di alcuni eventi prodromici al crossover IvX (fotocopia del ben più famoso Avengers vs. X-Men).

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Complice anche una serie televisiva davvero orribile e quasi pacchiana nella produzione, gli Inumani furono fatti sparire dal palco editoriale, salvo la bellissima miniserie, di Saladin Ahmed e Christian Ward, sul Re di Mezzanotte (Black Bolt). Una storia che si consiglia a tutti di recuperare, specie per il bellissimo stile artistico intavolato dal Ward, ipnotico e surreale allo stesso tempo. Alla serie in recensione ci si arriva per il tramite di alcuni eventi accaduti in Royals, mini-serie scritta da Al Ewing e disegnata da Jonboy Meyers, tra cui la retcon concernente l’imprigionamento di Black Bolt causato da Maximus (fulcrum della miniserie Black Bolt). Nell’ultimo numero di Royals, gli Inumani Reali trovano la pace con una nuova base sul cratere Leibnitz della Luna, ovvero su Nuova Arctilan, lasciando gli affari terrestri a Iso su Nuova Attilan (come visto durante la fine delle due regular, Uncanny Inhumans All-New Inhumans).

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Ma allora qual è il ruolo di Death of the Inhumans, se di fatto la famiglia Inumana era già stata tolta di mezzo, editorialmente e televisivamente parlando. Quale scopo poteva avere una serie incentrata unicamente sulla decimazione di un famiglia già morta da tempo.

È il momento di scoprirlo.

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ROME IS BURNING

L’idea alla base di Death of the Inhumans era chiaramente quella di scollegare l’idea che questi, gli Inumani, fossero una versione “altolocata” della X-Family, e allo stesso tempo dare un colpo al cerchio e uno alla botte per rendere nuovamente interessanti, per non dire “vivi” i membri della Famiglia Reale.

In un’intervista antecedente l’uscita del primo numero,  Cates, parlando con Newsarama, riferisce le seguenti parole, con riferimento proprio a DotI: “Con una frase che sarà ricorrente in maniera frustrante, devo comunicarvi che non posso dire molto, se non che la parola “morte”, nel titolo, non è intesa in senso metaforico. La Famiglia Reale sta per vedersela brutta. Ho voluto che la storia fosse semplice, facile da digerire per quanto umanamente possibile. Spesso, gli Inumani possono apparire stranieri, freddi e variegati, quindi vedrete praticamente solo il cuore della famiglia al centro della storia. Freccia Nera, Medusa, Crystal, Gorgon, Triton e Lockjaw. E… forse uno o due cammei (n.d.r. Ronan e Beta Ray Bill) a sorpresa. Ah, e Vox”.

A cui fanno seguito proprio alcune indiscrezioni sul misterioso Vox, alterego quasi “demoniaco” di Black Bolt: “Sto cercando di non affezionarmi a nessuno dei personaggi, onestamente, ma forse ho un debole per Crystal e forse uno anche più ovvio per Freccia Nera. Quando parlo, spesso balbetto. Quindi mi è piuttosto familiare la necessità di pensare parecchio e scegliere con attenzione le parole che escono dalla mia bocca in ogni momento delle mie giornate. C’è un’intera scena, nel primo numero, in cui esamino il modo in cui Blackagar sceglie le parole. Molto terapeutica, per me.

La sequenza in questione, in cui Freccia Nera trova e parole giuste, è probabilmente la mia preferita per i disegni di Ariel Olivetti. Il modo in cui sceglie le cose da dire e in cui esegue l’atto di pronunciarle è grandiosa.

In maniera tanto fatale quanto fortuita, la loro fine gira in qualche modo attorno alle origini degli Inumani. I Kree hanno passato un brutto periodo negli ultimi anni e, con le spalle al muro, richiamano la flotta perduta di quelli che sarebbero dovuti essere i loro soldati. Già questo sarebbe abbastanza spaventoso, ma, se aggiungiamo all’equazione il misterioso e terribilmente letale Vox, le cose si mettono proprio male.

Lasciatemi dire. Penso che la gente stia sottovalutando il titolo. Posso dirvi che nella storia ci sarà l’apparizione di un personaggio cosmico molto importante, che non volete perdervi. Era un bel po’ che volevo metterci le mani sopra. Per il resto, mi spiace molto per le cose che sto per fare“.

Chiara l’intenzione, futura e, al momento, solo sulla carta, di affidare la gestione Inumana al Cates, il quale è già ben rodato nel recupero, e successiva trasformazione, di personaggi secondari dell’Universo Marvel, e Venom è solamente l’ultimo grandioso esempio delle sue capacità.

Chiaramente si cercherà, nel corso di questa recensione, di mantenere gli spoiler al minimo, nonostante il titolo non lasci molto spazio di manovra in questo caso.

La serie si apre col massacro inumano da parte dei Kree, i quali, ormai con le spalle al muro (successivamente alla perdita della Suprema Intelligenza, avvenuta durante Royals), decidono di obbligare gli Inumani ad allearsi nuovamente con loro (vista anche la profezia secondo cui sarebbe una delle creazioni dei Kree a distruggere questi per sempre), anzi, rectius, a sottomettersi, oppure a morire, sic et simpliciter. Il risultato non è dei migliori e 1038 inumani muoiono, tutti con inciso sulla loro pelle il seguente monito “Join or Die”. Deciso ad arrestare questo inutile spargimento di sangue, Black Bolt convoca un meeting con gli Inumani Universali e le quattro regine (anch’esse mogli di Blackagar, almeno stando a quanto visto durante la gestione Hickman su Avengers/New Avengers). Ma è tardi, le quattro regine, Oola Udonta, Aladi Ko Eke, Onomi e Ovoe, sono infatti morte. Ed immediatamente alla loro morte fa seguito quella di membro davvero importante della famiglia Reale. Fiutato l’inganno, Black Bolt decide di mandare Lockjaw indietro a Nuova Arctilan per recuperare Maximus, ma anche in questo caso è troppo tardi. Fa la sua prima comparsa Vox, un super Inumano (simile al super Adattoide o al super Skrull) dotato di tutti i poteri Inumani Reali e privo di compassione o moralitò, creato ovviamente dai Kree come risposta alla mancata sottomissione di Black Bolt ai suoi creatori/superiori. La forza di Vox è fuori da ogni logica, implacabile mette fuori combattimento sia Maximus sia Lockjaw. L’arrivo di Freccia Nera permette sicuramente un po’ di respiro, ma gli eventi prendono immediatamente una brutta piega e il dolore non tarda ad arrivare.

Particolarmente azzeccate sono le parole di Cates in apertura del terzo capitolo, ossia “è la vile e orribile certezza che è presente in tutti noi che amiamo… e che in cambio siamo amati… che un giorno, in un batter d’occhio… dovremo imparare a vivere con metà del nostro cuore”. Le quali ovviamente si riferiscono allo stato di Medusa successivamente al finale del secondo capitolo. Questo capitolo di mezzo è importante per l’apparizione di due guest davvero importanti, da una parte Ronan, ormai impotente e ferito, tenuto in vita solo per essere torturato; dall’altra parte Beta Ray Bill, che nonostante un po’ sovrappeso si dimostra come sempre worthy e decide che, non tanto per salvare la famiglia Inumana, Lockjack merita di essere recuperato al di là di ogni avversario. Dimostrando una sorta di affectio tra cane e cavallo fuori da ogni logica. Il quarto capitolo vede lo showdown tra gli Inumani e Vox, in una sorta di remake inumano di Empire Strikes Back. È un quarto capitolo davvero pesante, specie per la rivelazione dell’ultima pagina, una vittoria di Pirro per ambo gli schieramenti, che ormai sono ridotti ai minimi storici.

Ma è il quinto numero in cui Cates decide di aumentare i riferimenti all’Impero Romano e alla sua caduta, accostando questa alla situazione attuale della famiglia Reale. Ed è proprio nel finale che Donny esprime questo concetto, ovvero “Roma non fu costruita in un giorno, ma in un giorno bruciò. Ma sulle ceneri del grande impero… Roma fu ricostruita. Roma risorse. E fino a oggi, e per i giorni a venire… Roma è eterna”. Ovviamente il finale tradisce un certo livello di sbrigatività e superficialità.

Chiara, lo si ripete, a questo punto l’intenzione di rivedere lo status quo inumano al fine di rilanciare nuovamente la famiglia Reale. Dato che Death of the Inhumans è senza ombra di dubbio la produzione inumana più importante fin dai tempi di Primo Contatto del 1998. Un tassello di continuity davvero importante, che ci racconta della fine dell’Impero Inumano e della sua, probabile, rinascita. Di un Re questa volta Nudo per davvero, ma nuovamente riunito alla sua vera ragione di vita, alla sua Regina.

Sarà interessante vedere cosa succederà dopo questa storia, al momento tutto tace, specie con riguardo alle solicitations future di casa Marvel. Ma mai dire mai, specie con Cates di mezzo (il quale è comunque impegnato sia sul rilancio di Carnage sia sui Guardiani della Galassia). Ed infatti pare un timido riferimento a Death of the Inhumans sia presente nel numero cinque (da noi ancora inediti) dei nuovi Guardiani della Galassia.

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ARIEL OLIVETTI, THE SHAPESHIFTING ARTIST

Olivetti non è un’artista nuovo del panorama supereroistico moderno, quello che però stupisce, in questo caso, è il suo ritorno alle matite vere e proprie. Il lettore attento si ricorderà che Olivetti ha per molto tempo impiegato uno stile di disegno digitale, ipertrofico, al limite dell’imbarazzo e del grottesco (basti qui il riferimento alla serie di Cable parallela al trittico Messiah Complex/War/Second Coming, o anche la mini su Venom Spaceknight). Chiara altresì l’influenza di Richard Corben e di Simon Bisley sull’artista, le quali si vedono soprattutto nello stile sopra menzionato. Ma si ricorderà anche come Olivetti sia un grande disegnatore nel senso “tradizionale” del termine, tra i suoi lavori con lo stile di Death of the Inhumans si può sicuramente ricordare la breve parentesi con Mark Millar sulla JLA (Paradise Lost), come intermezzo alla run di Grant Morrison e Howard Porter. Ed il suo lavoro su Death of the Inhumans pare un ulteriore raffinamento del suo stile classico, che a sto punto eleva il disegnatore nel poliedrismo qualitativo, donandogli uno swiss army knife davvero invidiabile. Le espressioni di Freccia Nera e la relativa maschera di dolore è resa in modo superbo, idem dicasi per lo storytelling, specie la parte del linguaggio dei segni. Encomiabile ed eminente, non ci sono altre parole per descrivere il lavoro di Olivetti in questo caso, ed il lettore saprà che si tratta di elogi ben spesi in questo caso.

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Complice dell’ottimo lavoro artistico è anche Jordie Bellaire, colorista stacanovista, già vincitrice di due Eisner, e di altrettante nominations (comprese quelle di quest’anno). Inutile dire come la sua esperienza ed il suo talento non siano da relegare ad un mero “completamento” del lavoro di Olivetti, quando da declinare in termini di “fortunato matrimonio”. Ed è questa la differenza tra una serie disegnata bene e artisticamente fatta bene.

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EVERYTHING CHANGES, NOTHING CHANGES AT ALL (LAST WORDS)

Death of the Inhumans rappresenta l’ennesima love letter (a suo modo) di Donny Cates nei confronti di una famiglia che, volente o nolente, è sempre stata maltrattata, tanto a livello editoriale quanto per altre ragioni diverse dal fumetto. Cates orchestra e magistralmente esegue la migliore riscrittura contemporanea del mythos inumano, toccando contemporaneamente origini e retaggio della Royal Family. Riscrittura sapientemente mescolata a riferimenti storici reali, chiaramente quelli concernenti Roma e l’Impero romano. Il tutto speziato con una dose di sangue e dolore, Cates non ha paura di distruggere alcuni capisaldi della famiglia Inumana, dimostrando, senza ombra di dubbio, che a volte less is more.

La preoccupazione è che però questa miniserie resti lettera morta, non essendo ancora conosciuti i piani della Casa delle Idee in relazione al futuro degli Inumani. Ma non avrebbe avuto alcun senso mobilitare un Donny Cates già impegnatissimo per fare una semplice storia di contorno tesa ad uccidere un cadavere (editorialmente parlando). Le domande sono quindi molte, e, purtroppo, vi sono ben poche risposte sul piatto al momento. Quello che è certo è che non sarà l’ultima volta che udiremo la voce di Freccia Nera.

O forse no? In ogni caso, data l’eternità di Roma, si può tranquillamente affermare come altresì eterno sia il Re di Mezzanotte.

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