Pink is the new black

Non sono quel tipo di ragazza, Lena Dunham e il controsenso letterario – La Recensione

Lena Dunham è un’artista poliedrica, sicuramente una delle più carismatiche donne dell’ultimo decennio. Se pensiamo a lei, la associamo sicuramente al suo personaggio, Hannah Horvath, in Girls, serie cult degli anni ’10 creata, interpretata e prodotta proprio dalla Dunham.

Nel 2014 la Dunham pubblica negli stati uniti Not That Kind of Girl – A Young Woman Tells You What She’s “Learned”, meraviglioso libro trasversale, femminista e autobiografico, che racconta tutto ciò che la Dunham ha imparato dall’essere, appunto donna, ma non come genere collettivo, bensì come forte esperienza individuale e “critica”. Non sono quel tipo di ragazza, possiamo definirlo come un libro-confessione, creato appositamente per celebrare ironicamente la vita di Lena Dunham alla ricerca di se stessa.

Un controsenso letterario

Se da un lato il libro risulta divertente e tremendamente onesto nei confronti della società americana contemporanea, sul modo di vivere dei giovani che si affacciano alla vita, sulle “tendenze sessuali” e sugli istinti, la vita e le vicende raccontate dalla Dunham acquisiscono anche dei tratti al limite del narcisismo più esasperante.

Una sorta di autocelebrazione della diversità che, per carità, va benissimo, soprattutto quando si ha qualcosa da raccontare come la Dunham, ma che acuisce sempre più il nostro piacere voyeuristico di entrare a far parte della vita delle persone. Spiare dal buco della serratura quello che dovrebbe, magari, rimanere nascosto tra le mura di una camerretta di bambine.

Accusa gravissima, infatti, che probabilmente ha reso il libro ancor più popolare, è quella fatta contro la Dunham proprio da sua sorella. Nel libro, infatti, la scrittrice tergiversa in particolari “sconvenienti” che riguardano lei e sua sorella bambine, chiuse in camera ad esplorare a vicenda i propri genitali. Questo, alla stregua del mero gossip, è un particolare non solo scomodo, ma davvero di cattivo gusto.

Il voyeurismo è insito in questo testo, o meglio, in questo puzzle di testi che hanno un unico filo conduttore, la scrittrice, e che sono così tanto enigmatici (ovviamente è una battuta n.d.r.) da non far capire molto la motivazione alla base della scelta dell’ordine in cui sono stati impaginati nel volume.

Dispiace (è la parte più femminista di me che parla n.d.r.) veder sprecata un’occasione così importante. La Dunham avrebbe potuto regalarci un libro interessante e universale, in cui le donne possano identificarsi, ma anche solo prendere qualche spunto di riflessione sulla propria condizione. Sarebbe potuto essere un libro leggero nel senso più calviniano del termine, una leggerezza profonda ed esistenziale, che negli scritti della Dunham non c’è e nemmeno vuole esserci.

Marketing e dintorni

Per quanto io apprezzi Lena Dunham come donna e come artista (il suo profilo Instagram per me è di grande ispirazione n.d.r.), il libro, a mio parere, è una mera operazione di marketing che fa leva sulla voglia dei lettori di appropriarsi di una parte della vita della scrittrice.

Volendo dilungarci anche sulla struttura narrativa, essa è quasi del tutto assente, poiché è semplicemente un collage di elementi biografici e avvenimenti più o meno realistici, raccontati in prima persona con, ovviamente, una focalizzazione interna che spazia dal flusso di coscienza al soliloquio. Possiamo definirla, quindi, una struttura semplicistica. Non c’è uno sforza narrativo importante e, come già detto, i capitoli si susseguono con un filo logico immaginario che catapulta il lettore direttamente in medias res.

Il problema è che il lettore non vive l’esperienza letteraria con la scrittrice, ma vive l’esperienza della scrittrice, atteggiamento proprio della letteratura di consumo, che non racconta assolutamente null’altro se non quello che c’è scritto sulle pagine. Un diario ben tenuto, ben impaginato, accattivante anche la scelta di arricchire la pagina con disegni simpatici, ma pur sempre un diario.

Non è una cronaca, poiché alla fine del libro non ci sentiamo svuotati e pieni di conoscenza. Il lettore si sente semplicemente svuotato e privato del proprio tempo.

Un consiglio: leggete il libro se volete trascorrere un paio d’ore nella vita di qualcun’altra. Altrimenti, vivete la vostra vita!

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