Fumetti

Brindille: una favola sull’identità, che ne contiene molte

Brindille è un'opera che vi lascerà senza parole per la sua meravigliosa poesia. Ecco a voi la nostra recensione.

Una ragazza senza nome, piombata in un villaggio popolato di buffe creature dei boschi. L’aspetto di una fata, bella e aggraziata seppur priva di ogni potere. Così umana, così fragile.

Non ricorda nulla, nessuno conosce la sua identità, riesce solo a percepire di dover andare incontro a un destino. Il mondo che la circonda alterna dapprima inquietudine e smarrimento, di cui il marrone incarna i toni, per poi giungere al rassicurante verde del profondo della foresta, luogo di accoglienza e riparo. Perché sente di dovere andare? Cosa le porterà il destino verso il quale il fido Lupo la sta accompagnando, e soprattutto: chi è Brindille?

Quello che ci si dipana pagina dopo pagina è il perfetto archetipo della favola, in versione fantasy più o meno tipica nell’accezione moderna (o perlomeno nella versione autoriale comune alle graphic novel), ed è risultato di una comunione visiva e narrativa a tratti strabiliante.

Per chi è più avvezzo al genere risulta facile trovare molte influenze di altre opere: su tutte il capolavoro Bone di Jeff Smith, nei tratti somatici degli abitanti della foresta e in certe scene dinamiche di fuga, così come il tema del viaggio della ragazza incontro al suo destino. E poi va da sé un ricorso ad altri stilemi ormai imprescindibili, quei cardini del fantastico cui Tolkien più di tutti ha contribuito a delineare.

Dopo l’ottima esperienza di LOVE, il duo Frédéric Brrémaud e Federico Bertolucci tornano a raccontare storie, questa volta di avventura magica e con soggetti umanizzati al centro. Pur trattando temi differenti, rimane fortissima la percezione di una madre natura forte e sopra le parti, che segue il suo corso ed osserva. Suggestivo in questo senso il Lupo, altro personaggio la cui identità è misteriosa e che svolge la funzione di guida del mondo fiabesco.

Il valore aggiunto dell’opera è la commistione narrazione-disegni, un procedere fluido e dal sapore cinematografico, la percezione di trovarsi a leggere una storia di formazione dell’eroe quasi disneyana. Il tratto di Bertolucci è qualcosa di prezioso per come riesce a gestire ora grazia nella protagonista ora durezza nei villain e nel mondo circostante, per il design di tutto l’immaginario (dal popolo della foresta delle prime pagine fino alla più piccola creatura sullo sfondo). Un disegno immersivo e bello nel tratto, che trova nei colori fondamentali catalizzatori di senso e motivi di goduria visiva.

La narrazione è compito dei personaggi stessi, è assente qualsiasi narratore onnisciente o didascalia, scelta che punta ad una maggiore immersione e senso di spaesamento. Questa risulta decisamente la scelta di storytelling più incline al dipanarsi degli eventi: ci troviamo inseriti in un mondo lontano e ignoto, di cui la stessa protagonista non conosce nulla dentro e fuori di sé.

Il primo volume (I cacciatori di ombre) è perfettamente quadrato nel gettare le basi, procede con il giusto ritmo e riesce a centellinare eventi ed informazioni senza scivolare troppo nel già visto (pur mantenendo una struttura che sì, è comune a tanti racconti del genere). L’azione è in crescendo, l’immaginario si apre gradualmente fino ad arrivare ad un climax che calza a pennello nel chiudere la prima parte della storia.

E’ nel secondo (Verso la luce) che le fila vengono tirate, si ha la netta sensazione che ogni azione sia finalizzata al gran finale, che la ricerca stia arrivando man mano al risultato. Il ritmo del finale del primo volume prosegue, man mano più incalzante fino a ridurre al minimo i dialoghi nella seconda metà (velocizzando così lo scorrere della lettura).

Un volume che calca maggiormente i toni oscuri, la storia è lontana ormai dal rassicurante verde salvifico del cuore del bosco, eppure è interessante come pure nello sconforto e nel buio si abbia la percezione visiva di una fioca luce che attenua le tenebre, scelta ammirevole nel rimandare alla speranza con una semplice (ma saggia) scelta di colore.

Eppure è nella risoluzione che trovo qualche imprecisione rispetto al valore complessivo dell’opera. O meglio, rispetto all’aspettativa e all’impianto costruito dal primo volume. La sensazione è di una gestione delle pagine finali verso una conclusione troppo rapida nei confronti di quella che avrei voluto fosse una immersione più dilatata e duratura di quel mondo. In sostanza, avrei gradito un volume di intermezzo, in cui esplorare l’immaginario, anche girare a vuoto nelle foreste magiche, in cui osservare la sopravvivenza di Lupo e Brindille, per godere appena di più di quel lato visivo.

Ma forse è giusto così, che la parabola di Brindille sia proprio come la Scintilla richiamata dal suo nome: che in rapido crescendo arrivi a trovare la propria luce folgorante, per poi concludersi in un lampo. Una storia che consiglio a tutti, da chi è alle prime esperienze con il fantastico a chi cerca una perfetta favola della buona notte per i bimbi, fino all’amante del bel fumetto autoriale e delle belle tavole.

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