Fumetti

Gideon Falls 2 – La Recensione

Recensione del secondo volume di Gideon Falls, con recap del primo, edito da Image e pubblicato in Italia da Bao Publishing.

Articolo scritto a quattro mani da Riccardo Gonella (episodio II) e Massimiliano Perrone (episodio I).

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Premessa
Nel corso di questa recensione, come è ovvio che sia, si darà per scontata la lettura del primo volume. Antefatto a dir poco pleonastico ma a salvaguardia di chi, giusto o sbagliato che sia, cerchi la conferma che il prodotto in valutazione non sia solo nato bene ma stia crescendo anche nel modo giusto.
Insomma, sapete come si dice: uomo avvisato…

Tuttavia, per salvaguardare tutti gli sprovveduti che ancora non hanno letto la prima parte, metteremo qui sotto un breve riassunto di questa.

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A Sinister Barn (episodio I)

Lemire ha fatto nuovamente centro, e la scelta di Andrea Sorrentino come disegnatore non poteva che costituire naturale prolungamento di questo successo. Specie visto il radicale cambio di stile di Sorrentino, che qua lo vediamo ripiegare meno sul classico rapporto chiaroscuro per meglio focalizzarsi sulla componente anatomica/emozionale di tutto il racconto (per non parlare delle scene oniriche di fine volume, molto Quitely/Ward). Gideon Falls richiama per certi versi alcune delle produzioni televisive più apprezzate degli ultimi anni: Lost, Twin Peaks, Wayward Pines ed anche, per la componente poliziesca-rurale, True Detective I). La serie si dipana su due binari paralleli, entrambi facenti capo ai due protagonisti della serie.

Da una parte abbiamo il giovane Norton, recentemente uscito dall’ospedale psichiatrico, a causa della schizofrenia e da un’abitudine compulsiva concernente la ricerca di “misteriosi oggetti nella spazzatura”; dall’altra abbiamo padre Fred, la cui fede ha forse vacillato una volta di troppo e per questo viene mandato, a dire il vero insistentemente, a Gideon Falls dalle alte sfere della Curia.

Le storie dei due protagonisti non sembrano collegarsi in alcun modo, almeno fino a quando alcuni fatti di cronaca nera non contribuiscono a creare una sorta di fil rouge.

Un fienile nero.

Un misterioso edificio che appare di fronte a determinate persone, in determinati momenti, per poi sparire subito dopo, lasciando l’osservatore in un agonia mentale davvero terrificante. Non si tratta però di una fugace apparizione, durante la lettura del primo volume il lettore scoprirà come apparizioni del Fienile Nero siano datate sin dal 1794, unitamente ad altrettanti fatti di cronaca locale. A combattere questo “misterioso e primordiale male” troviamo i Villici, una società segreta molto simile a quella dei Bookhouse Boys di Twin Peaks.

Il primo volume si conclude in un modo davvero inaspettato, con un ribaltamento totale di quello che pensavamo fino ai momenti immediatamente precedenti il finale. Questo dimostra l’abilità del Lemire, prestigiatore di primo livello, in grado di illuderci e irretire i nostri sensi e le nostre sensazioni fino a farci percepire il giusto come sbagliato e viceversa.

Si tratta quindi di un successo tanto annunciato quanto sperato, un Lemire quasi “Catessiano” con le sue atmosfere noir, il suo misticismo lisergico, il terrore viscerale e claustrofobico (componente, quest’ultima, ben presente in alcune inquadrature del Sorrentino), unito ad uno storytelling impareggiabile fanno di questo primo volume di Gideon Falls un diamante. L’ennesimo centro per Jeff, e diversamente non poteva essere.

Andrea Sorrentino conia invece il suo miglior lavoro degli ultimi anni, tanto da far sembrare alcuni dei suoi precedenti lavori delle mere “opere giovanili” (questo nuovo stile è anche presente nell’ultimo numero dei Vendicatori di Jason Aaron). Uno studio sulle anatomie davvero azzeccato, unito ad una gestione di inquadrature e story creation encomiabile, il tutto “ricoperto” dal magistrale lavoro fatto sulle scene oniriche e spettrali. Il tutto completato dal sempre eminente lavoro di Dave Stewart, in grado come pochi di far risaltare il lavoro di Sorrentino, grazie soprattutto ad una palette di colore ricercata e creata proprio per lo specifico disegnatore, e per lo specifico lavoro, in grado di far risaltare, nonché amplificare, i dettagli e le particolarità di entrambi.

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Back to the Barn

Il team creativo non ha bisogno di grandi presentazioni. Chiunque si sia immerso (anche da poco) nel mondo dei fumetti sa benissimo che a citare Jeff Lemire e Andrea Sorrentino (orgoglio
nazionale n.d.r.) si sta evocando il non plus ultra del fumetto, quantomeno contemporaneo, perlomeno di quello indipendente (specie per Lemire).

Inoltre soffermarsi sugli autori ha poco senso, giacché sono stati presentati nella recensione del primo volume che potrete trovare qui sopra.

Fatte queste brevi premesse è tempo di addentrarsi di nuovo nella città di Gideon Falls e di trovare il coraggio di guardare ancora una volta dentro al Fienile Nero.

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Continuum Sins
Oltre ai ricordi che possano scaturire per i fan Marvel (in inglese Original Sins), questo secondo volume ha lo scopo di portarci indietro nel tempo, all’inizio di tutto. Infatti, il volume, ancora una volta made in Bao, ci lascia intuire che Norton non è originario della città dove lo avevamo lasciato alla fine del primo volume (una Gideon Falls contemporanea).

È qui che Lemire mette sul tavolo una prima carta di tutto rispetto; un escamotage narrativo già intuibile dal finale del primo volume: tutto è connesso o, per meglio dire, ogni tempo è connesso.

 

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Darkness is Sending you a Poke.

L’autore dà il senso di continuità alla storia non solo da un punto di vista della storyline, ma anche a livello narrativo, sviluppando la storia contemporaneamente nel passato, nel presente (volendo per comodità considerare tale la timeline di padre Fred) e nel futuro (Darkness fan is knocking harder).

La sviluppo narrativo è incalzante sul punto, pur mantenendo i ritmi del tipico horror fumettistico
(ne parleremo dopo), fino a giungere a quello che – ironicamente e spoilerfree – potremmo definire un vero e proprio plot twist.

La storia – prendendo a parametro l’eccezionale primo volume – si presenta perfettamente in linea con il volume precedente. Nel tentativo di cercare delle differenze, si può evidenziare una maggior azione e violenza; ma questo non può che essere – forse – un riflesso inevitabile della storia, posto che i nostri eroi (solo tali, poi?) si stanno sempre più addentrando nel passato (?) del fienile il quale
– come affermato nello stesso fumetto – è costellato da atti di inaudita violenza.

Questa maggior azione, tuttavia, non ha portato ad un vero mutamento dello stile della storia che rimane, così come si è presentata, una perfetta storia horror dei fumetti. Dovuta precisazione: per horror ovviamente non si intende il tipico stile jumpscare post-moderno il quale, è palese, non possa essere ottenuto con un fumetto.

Tuttavia, la storia si mostra con un carattere di inquietudine di notevole spessore.

Per dirla in parole più semplici: la storia lascia inquieti dalla prima all’ultima pagina. Neanche i momenti di (apparente) calma riescono a far scivolare via quel senso di irrequietezza e disagio.

Dare tutti i meriti, però, a Lemire non sarebbe corretto. Infatti, una mano importante viene data anche dal comparto artistico e, quindi, dal nostro connazionale Sorrentino.

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Noisy & Scratchy style
Lo stile scelto per questo fumetto risulta una delle scelte più azzeccate di tutta l’opera. Esattamente
come nel primo volume, anche questa seconda parte di Gideon Falls si presenta con uno stile del tutto peculiare: il tratto preciso dei contorni si mescola con un dettaglio non sempre minuzioso dei personaggi (che risultano, in ogni caso, sempre distinguibili tra loro anche laddove di minuscole dimensioni) il tutto unito con un tratto “graffiato” che trova la sua massima espressione nelle zone d’ombra o scure.
Ma è tuttavia l’effetto “sonoro” (se di tale può parlarsi) la vera chiave di Volta che il tratto scratchy fornisce alla storia. L’inquietudine di cui sopra è galvanizzata al massimo dall’effetto graffiato che dona una percezione di interferenza, un rumore sordo costante a sottofondo della storia. Ed è proprio questo rumore continuo che, alla fine, pone il lettore scomodo anche sulla sedia. Si potrebbe persino giungere a pensare che questo tratto (sicuramente voluto) sia in realtà la rottura della quarta parete da parte degli autori: il Fienile Nero che dialoga con il lettore. Tra l’altro, questa idea non sarebbe
neanche in contrasto con l’idea di fondo dell’opera stessa (everything is connected), sia con le scene che si sviluppano all’interno del Fienile Nero le quali, infatti, risultano prive di questo effetto (volendo escludere le linee rappresentative delle ombre).
Le scene nel Fienile, poi, meritano una menzione a parte.
Nel pieno stile di Andrea Sorrentino, le scene all’interno del Fienile sono un tripudio
di astrattismo e lisergia. Soluzioni visive incredibili, con una cura del dettaglio che stona completamente (e, si può ritenere, volutamente) con il mondo che è “al di fuori”. Il Fienile è tutto l’opposto di quanto avviene fuori dallo stesso: i dettagli sono tendenzialmente più marcati; i colori più forti e le soluzioni tecniche di maggior impatto visivo ed emotivo. All’interno di questo volume ci sono alcune splash
pages indescrivibili da un punto di vista artistico, per le quali le semplici parole non potrebbero in alcun modo render loro giustizia, tanta è l’imponenza delle stesse.

Il comparto artistico non avrebbe il medesimo forte impatto se non fosse (anche) per il colore, come già detto in apertura, del Maestro Stewart.

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Red is the New Black
Ed è quasi ironico, ma per quanto l’antagonista di questa storia sia il Fienile nero (accompagnato da un minimalista ma assolutamente apprezzato e terrificante smiling man), il vero colore dominate di questa storia è in assoluto il rosso.
Per rendersene conto basta osservare l’immagine del fienile in apertura dell’articolo.

Nel secondo volume, per quanto lo stesso abbiamo una presenza meno marcata risulta essere l’elemento di risalto nei momenti di maggior tensione. Esso infatti viene usato non solo quale sfondo, ma anche in quelle soluzioni artistiche rappresentate dai riquadri rossi, utilizzati in alcune scene per focalizzare l’attenzione del lettore su un particolare/i.

O ancora, in alcuni determinati ballon a caratterizzazione del dialogo da parte dello smiling man.

Come detto in incipit, il rosso è il colore dominante che peraltro si sposa benissimo con le
ambientazioni, donando alle stesse quell’elemento di spicco che non fa altro se non aumentare quella sensazione di disagio descritta prima.

Un particolare interessante sul rosso è il suo utilizzo in alcune frasi dette dai protagonisti che inizialmente avrebbe potuto lasciar pensare ad un indizio di possessione ma che – osservando la versione inglese della Image comics – non è presente e, quantomeno per il momento, lascia pensare ad un errore di stampa della Bao publishing (oppure ad una precisa scelta di lettering, voluta dalla bravissima Vanessa Nascimbene).

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Darkness Falls (conclusioni) (R. G.)
Ed è giunto il momento di tirare le somme di questa recensione, così da poter dare una risposta al monito “uomo avvisato” in premessa.
Questo secondo volume ha sicuramente consolidato i pareri positivi che si erano già espressi nella recensione del primo volume. Il Team Lemire & Sorrentino è una macchina schiacciasassi e le premesse per andare in migliorando ci sono tutte.
Sono state date molte risposte ma sono state lasciate anche tante domande – come è giusto che sia – tra le quali una vaga con maggior insistenza nella mente:
Con il primo volume vi era la quasi certezza di avere tra le mani un horror di tipo demoniaco o quantomeno esoterico; ora, dopo questo nuovo trip (in tutti i sensi) la convinzione vacilla (così come era stata fatta vacillare in conclusione al primo capitolo). Non è ancora detto che ci si trovi davanti ad un horror fantascientifico, con alieni o altre entità. Sicuramente sia l’una che l’altra sarebbero soluzioni apprezzatissime, fintantoché il prodotto continui a mantenere gli standard elevati a cui ci stiamo abituando.
Nel buon nome di Gideon Falls, finiamo allo stesso modo in cui abbiamo cominciato, e quindi, “il prodotto non è solo nato bene ma sta crescendo anche nel modo giusto”.

 

Bad Omens Done Right (conclusioni) (M. P.)

Come ogni recensione a quattro mani che si rispetti è giusto fornire al lettore un numero di conclusioni pari, perlomeno, a quello dei redattori che hanno contribuito a scrivere la recensione. Si tratta, ad onor del vero, di conclusioni quasi sovrapponibili dal punto di vista del risultato post-lettura. Se già potevo dirmi entusiasta dopo la lettura del primo volume, la lettura del secondo non ha fatto altro che confermare il superlativo rendimento del prodotto sfornato dalla Image Comics. Il che è maggiormente vero se consideriamo che la recensione di questo secondo atto è stata affidata ad un guest d’eccezione, che ha centrato, nonché riconfermato, totalmente le impressioni che avevo riposto nell’opera (durante la recensione del primo numero, qui riproposta in versione minor) e nella premiata ditta Lemire & Sorrentino. L’unico neo, se devo proprio trovarne uno, riguarda il fatto di dover aspettare il terzo volume adesso, ma la Bao ci ha sempre abituati a tempi di trasposizione davvero ridotti, quindi a breve potremmo continuare a leggere le terrificanti avventure di Norton e Fred, all’interno (o all’esterno) di Gideon Falls e del Fienile Nero.

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