Fumetti

DIE!DIE!DIE! – La Recensione in anteprima

Recensione del primo volume di Die!Die!Die!, della Skybound (imprint Image), edito in Italia da Saldapress. Scritto da Robert Kirkman e disegnato da Chris Burnham.

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Robert Kirkman (co-plottato da Scott Gimple, showrunner della serie TV di The Walking Dead) torna all’attacco con un nuovo titolo, oltretutto uscito in sordina e quasi di sorpresa negli Stati Uniti, ovvero Die!Die!Die!, disegnato dal “mini-Quitely” Chris Burnham e coi colori di Nathan Fairbairn. La combo artistica l’avevamo già vista su Batman Incorporated e su Nameless, entrambi scritti da Grant Morrison, quindi si tratta di un team con delle credenziali non proprio da poco.

Come è consuetudine, avendo Saldapress i diritti di pubblicazione in Italia per la Skybound, è stata proprio questa a cimentarsi nella pubblicazione italiana di questo nuovo titolo in uscita il 3 ottobre, in edizione sia brossurata sia cartonata.

Ma di cosa tratta esattamente Die!Die!Die!? Andiamo subito a scoprirlo:

Si tratta di un turbine impietoso di violenza, omicidi, suicidi, bombe a mano e mitragliate ad ampio spettro. Un mix letale tra Die Hard, Le Iene e le atmosfere tipiche di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez. Senza contare che molte scene, specie nella gestione del sangue e della violenza, ricordano molto alla vicino Invincible (sempre di papà Kirkman). Oltretutto tutto il volume, così come anche il concept alla base, ricordano molto alcune produzioni di Garth Ennis (specie nella violenza e nell’uso della volgarità) e di Mark Millar (mi viene in mente Nemesis).

Il titolo racconta la storia di un’agenzia governativa incaricata di eliminare le persone cattive (Mi ricorda molto Lo Schifo da questo punto di vista). Un senatore degli USA indica ai membri dell’agenzia un bersaglio e questi ultimi dovranno trovare il modo più efficace per eliminarlo silenziosamente e lasciando passare l’evento in sordina sui relativi quotidiani nazionali e non.

Come accade sempre in questi casi, però, qualcosa va storto.

Andiamo a esplorare, senza spoiler, il primo numero (sugli otto) contenuti in questo primo volume.

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DIE FOR ME

Il primo numero di apre in maniera molto semplice:

SANGUE
MORTE
VIOLENZA

D’altronde ci si aspettava una cosa simile già dalla premessa del volume. Ma dopo queste prime pagine di violenza iper-gratuita, l’Autore ci delizia subito con il racconto di quello che poi è l’incipit delle scene di violenza che abbiamo visto. Ci viene fin da subito spiegato come il lavoro di quest’agenzia governativa sia effettivamente una cosa benigna, un male necessario. Il tutto sapientemente raccontato per il tramite dell’uso di pannelli a nove vignette, dove viene anche introdotta la prima vittima designata.

Indubbiamente però sono le pagine finali a rendere interessante questo primo numero, attraverso l’introduzione di quello che sarà poi il protagonista (o forse dovrei dire i protagonisti) e di quella che sarà la sua delicata missione. Si tratta invero di un primo numero quasi più introduttivo che altro, sarebbe stato meglio definirlo, forse, come un numero 0.

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DIE FOR HER

Come volevasi dimostrare, i numeri successivi sono DECISAMENTE una cosa diversa. Da una parte continuano le macchinazioni politiche alla base della serie, dall’altra abbiamo il nostro protagonista impegnato nella sua missione. Questa volta violenza e sangue vanno di pari passo a spettacolarità e colpi di scena (di cui nulla posso dirvi, dato che altrimenti vanificherei tutto lo sforzo di Kirkman di non farvi capire cosa sta per succedere). Sta proprio qui la differenza tra una produzione di Kirkman e una, che so, di Garth Ennis, in cui violenza e volgarità sono allo stesso livello di questo titolo. Robert riesce infatti a creare una trama stimolante, ed interessante, anche facendo vedere solo sangue e budella per 25 pagine su 29. Una cosa che ad Ennis non è mai accaduta, se non nel recentissimo Jimmy’s Bastards (guarda caso molto simile a Die!Die!Die! in alcune sfaccettature).

Un’altra cosa davvero apprezzabile riguarda l’utilizzo di jokes e battute geolocalizzate (tipo quelle sui gatti o sulla torta al rabarbaro made in Sesame Street, o ancora il fatto che i protagonisti abbiano tutti i nomi dei Beatles, e relative debolezze). Vi è anche un uso non smodato di cameo di soggetti famosi (tipo Jason Statham nel numero 6 o Hillary Clinton), vi lascio chiaramente liberi di cercare tutti gli altri.

Ciò che sicuramente viene ad intensificarsi nei numeri successivi è la profondità degli intrighi politici, specie nell’oligopolio astioso tra i due “veri” protagonisti dell’impalcatura politica. Un astio che culmina nella bellissima frase del settimo numero:

SONO UNA DONNA, SONO MULTITASKING

Ennesimo riferimento al fatto che, in teoria, gli uomini pensino solo ad una cosa per volta, laddove le donne sono in grado di fare più cose contemporaneamente.

L’ultimo numero del volume compie un lavoro egregio nel chiudere il primo story-arc, aggiungendo nel frattempo ulteriori personaggi ad una trama, invero, già ben rodata. Ma è sicuramente la scena dell’ultima pagina a rubare il palco.

Non è forse vero? Nameless One?

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IL TRIONFO DELLA VIOLENZA (FORSE FINE A SE STESSA?)

Una delle critiche principali che se vogliamo può essere rivolta a Die!Die!Die! è quello riguardante l’uso libero, nei fini e nei contenuti, della violenza.

Faccio un esempio: Garth Ennis ha sempre usato la violenza come trademark delle sue storie, ma lo ha sempre fatto in un contesto di critica verso un qualcosa. Basti pensare alla lezione di The Boys o del suo oneshot su Thor, piuttosto che Crossed, o anche allo stesso Jimmy’s Bastards. In quest’ultimo lavoro, nonostante un uso smodato di violenza tipicamente “ennissiana“, la trama politica funzionava egregiamente e riusciva, non senza difficoltà, a stare sulle proprie gambe. Specie perché Jimmy Regent, versione “bastardizzata” di James Bond, risultava essere la sublimazione in pejus di ogni stereotipo moderno, a partire dalla Spia dal fascino intramontabile per arrivare fino al Don Giovanni che seduce e abbandona le sue “prede”.

La violenza di Die!Die!Die! è totalmente gratuita, volendo spostarsi di medium si potrebbe fare l’esempio di due videogiochi: Postal e Hatred. Quest’ultimo fu criticato soprattutto per la pretestuosità della violenza, cioè il gioco non aveva alcuno scopo se non quello di uccidere il maggior numero di persone.

Buona parte delle testate americane di riferimento, o anche del vecchio continente, è concorde nel ritenere quest’ultima produzione di Kirkman un semplice regalo dell’editore (l’Image) nei confronti di uno degli Autori migliori degli ultimi vent’anni (un ulteriore esempio può essere estratto dalla lezione di Bojack Horseman e del successivo Tuca & Birdie). Perché altrimenti non si spiegherebbe l’effetto dirompente di questa serie, specie in relazione ai precedente lavori del Kirkman, tra cui spicca non solo TWD, ma anche Invincible, Oblivion Song e Outcast.

Volendo utilizzare il secondo elemento comparativo, ovvero Mark Millar, anche qui il risultato concreto cade lontano, passi il gioco di parole, dall’intenzione di risultato.

Mark Millar è da sempre conosciuto per il fattore blockbuster delle sue proposte, il Michael Bay dei fumetti, al di là del suo indiscutibile acume per gli affari, fa dal contraltare un (non sempre) discutibile rehash di trame estratte da altri contesti o medium. Lo stesso Nemesis, che quanto a violenza se la gioca con D!D!D!, prendeva in esame un clone di Bruce Wayne che non sapendo come ben usare il tempo e il denaro si divertiva ad andare in giro ad uccidere la gente (quasi sempre membri dell’ordine costituito). Nonostante la presunta amoralità la lezione che rimaneva sullo sfondo era di questo tipo: Il mondo non è governato da buone intenzioni ma da motivazioni egoistiche, ego e orgoglio. Inoltre, la stabilità che le persone applicano alla società moderna, ed ai suoi valori, è tanto un costrutto quanto gli edifici che il “terrorista” può facilmente abbattere. 

La lezione, leggibile in termini meno sofisticati, vuole semplicemente ripetere che la società moderna è governata da interessi personali, che quasi sempre hanno il sopravvento su quelli super-individuali, specie quando vi è il Dio denaro in gioco.

Quindi, detto in poche parole, Die!Die!Die! è un prodotto che ci sentiamo di consigliare a due tipi di persone:

  1. I fan duri e puri di Robert Kirkman
  2. Coloro che non sono fan dei suoi lavori ma vogliono comunque leggersi una strampalata storia di violenza e sangue.

Perché alla fine di questo si tratta, su otto numeri e duecento pagine almeno 184 pagine sono composte da un qualche tipo di violenza (o di naso mancante). Ciò che sicuramente aumenta il valore del prodotto è però l’arte di Burnham, a cui è dedicata la penultima sezione di questa recensione.

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BURNHAM, THE NEW QUITELY

Chris Burnham è chiaramente, insieme a Fairbairn, la star di questo volume. Il suo stile grottesco, sporco, agonizzante e, a dire il vero, anche “putrido” è azzeccatissimo per il tipo di produzione messa in piedi da Kirkman. Spesso paragonato a Frank Quitely, e non a caso, è poi proprio lo stesso Burnham a santificare il proprio mentore:

My biggest influence of the last few years has pretty obviously been Frank Quitely, and I’ve certainly been going for that Moebius acolyte style: Ladrönn and Seth Fisher and Geof Darrow and Frank Quitely. Those have been my big guys for last couple years. Doug Mahnke’s similar to that, he’s got a pretty open style for the most part. And I’m trying to bring in more manga stuff recently. Tetsuo Hara, the Fist Of The North Star artist, is one of my favorites. He’s where I got my angular panel style from, and really where I learned a lot of storytelling was from him. I’ve got a full run of Fist Of The North Star manga in the original Japanese, and I don’t read a word of Japanese. Just looking at how pictures can almost perfectly tell the story, there are very few pages where I can’t tell exactly what is going on in that comic, and that’s a really good lesson to learn.

As far as new guys, the first one that comes to mind is James Harren on B.P.R.D. Holy shit, that guy is so good he makes me want to quit. [Laughs.] He’s absolutely amazing and he’s like 24-years-old. And another kid coming up is Tradd Moore, he’s drawing [The Strange Talent Of] Luther Strode. He’s got a style reminiscent of the [Robert] Kirkman guys: Ryan Ottley, Nate Bellegarde, and stuff. He’s awesome, I think he’s going to be a force when he’s got a couple more projects under his belt.” Da Avclub (link in alto).

E’ possibile vedere in Burnham anche un po’ di Daniel Warren Johnson, o forse è il contrario, anche se lo stile di quest’ultimo risulta più dinamico e edgy.

Burnham dimostra di essere un’artista davvero poliedrico. In Batman Incorporated riuscii senza problemi a rappresentare, col suo stile, una Gotham volutamente goffa e violenta. Laddove in Nameless, grazie anche alla guida di Morrison, lo stile fu modulato verso note psichedeliche e lisergiche, condite pur sempre da un’arcana e atavica violenza. Questo dimostra come l’arte del Burnham sia il catalizzatore narrativo della storia, ora lineare (Batman) ora non-lineare (Nameless).

In Die!Die!Die! è lo stesso discorso, l’iper-violenza grafica di Burnham è l’anima di questo titolo, perché senza questa, e senza il lavoro di Fairbairn, non si avrebbe un risultato di questo tipo e lo stesso titolo non avrebbe alcuna ragione di esistere nel mondo della nona arte. Si vede altresì come quest’intenzione sia stata concretizzata da Kirkman nell’ampia libertà lasciata al disegnatore. Il lettore infatti non troverà mai una scena di violenza uguale all’altra ed, anzi, si stupirà di alcune scelte fatte dal disegnatore.

Nathan Fairbairn, il colorista, costituisce la necessaria pertinenza del lavoro di Burnham, senza la sua palette flat, composta da colori semplice, senza tante sfumature o giochi, con una notevole flessione sul rosso (sangue), il risultato non sarebbe né lo stesso né altrettanto efficace.

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LAST WORDS

Die!Die!Die! è un prodotto non per tutti, è un omaggio alla violenza pura e cruda, un sacrificio alla complessità della nona arte, un male necessario che Kirkman e Burnham sapientemente sono riusciti a creare. Se siete dei lettori sfegatati del Papà di The Walking Dead e/o apprezzate la violenza fine a se stessa allora Die!Die!Die! è il prodotto per voi, e la serie vi farà davvero divertire e sorridere dalla moltitudine di modi in cui è possibile ferire il corpo umano. Diversamente passate oltre, c’è un motivo per cui Kirkman ha fatto passare in sordina il progetto, ovvero che sapeva che il titolo avrebbe diviso il suo pubblico.

saldapress

 

 

 

 

 

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