Fumetti

Intervista ad Alfredo Castelli (Martin Mystère)

Riportiamo qui l’intervista ad Alfredo Castelli, compiuta in occasione della Mostra mercato del fumetto di Reggio Emilia in data 7/12. Firmata Riccardo Polimeni e Martina Milea.

Qual è stata la genesi di un personaggio come Martin Mystère, atipico per la fase storica del fumetto italiano in cui viene pubblicato?

Ho cercato di mettere nel personaggio una serie di miei interessi, abbastanza variegati, dalla curiosità per argomenti come quelli presentati da Peter Kolosimo, la cosiddetta “pseudoarcheologia fantastica”, a cui non è che creda molto ma che suscita il mio interesse in quanto divertente, a tantissimi altri argomenti, che sono poi quelli che hanno dato spunto alle storie di Martin Mystère, le cosidette “curiosità”, e che forse sono qualcosa di più, ovvero la voglia di trovare un elemento insolito in piccole cose. Direi che nel ’75, ben prima dell’uscita di Martin Mystère, avevo ideato questo personaggio con queste caratteristiche; pensando, essendo io un archeologo, di avvicinarlo ad un essere archeologico vivente, Java il Neanderthal. L’eroe rimase in gestazione un po’ di anni per poi essere pubblicato.

Secondo lei è possibile definire Martin Mystère come lo spartiacque tra la vecchia scuola Bonelli (quella rappresentata da Tex, Zagor e simili) e la nuova scuola, per l’epoca almeno (con Dylan Dog, Nathan Never)?

Io direi di sì, anche se ciò può sembrare presuntuoso, ma lo è di fatto perché bene o male prima un personaggio di Bonelli si muoveva nella realtà, mentre Martin Mystère utilizza tecnologie assurde e agendo nel presente, uscendo dai canoni consueti dal racconto di Bonelli che era l’avventura pura. Allora dico che se non ci fosse stato Martin Mystère, anzi se non ci fosse stato UN Martin Mystère in particolare, ovvero un personaggio che facesse da cerniera, non ci sarebbe stato Dylan Dog. Dylan Dog era troppo avanti, Martin Mystère era una via di mezzo dal vecchio modo di fare fumetti e un nuovo standard che senza una cerniera non avrebbe attirato nuovi lettori. Da un lato fu effettivamente positivo, dall’altro negativo perché il personaggio si porta un sacco di problemi della vecchia generazione; per esempio parte con un tipo di disegno, a parte per il caso di Alessandrini che è abbastanza moderno, era molto vecchiotto, ed è uno stile che si porta ancora intorno per vari problemi di carattere editoriale e anche umano: un disegnatore che lavora con te da 40 anni non puoi rifiutarlo in favore di qualcuno più giovane e moderno. Nella serie “Le nuove avventure a colori” si è fatto di tutto per modernizzare il tratto, cosa che nella serie tradizionale si può fare con molta difficoltà, è il classico problema delle cose di frontiera.

Nella struttura di Martin Mystère si vedono molti temi dei programmi di fantascienza affrontati negli anni ’70 e nelle riviste dello stesso genere che si trovavano in edicola, che hanno ispirato al tempo tantissimi giovani. Al di là di questo però quali furono le testate che le rimasero più impresse quando si approcciò al mondo del fumetto?

Parlando di fumetto in generale un po’ di tutto, anche se cominciai a leggerli abbastanza tardi, diventato un po’ più grande. Posso però affermare che i maestri che mi hanno maggiormente ispirato per l’ideazione di Martin Mystère sono stati parecchi, pur essendo un personaggio abbastanza inedito, con dei pezzetti di vari predecessori: Jeff Hawke, Paperino, Prof. Mortimer ecc.. Non esisteva però fino ad allora un personaggio così particolare (almeno così mi è sembrato). A me piaceva molto leggere, in ambito americano Mandrake che aveva questo stile lievemente umoristico, sempre con una storia profonda ma sapendo che non si prendeva sul serio. Non prendersi sul serio, secondo me, è un ottimo modo di lavorare, perché non vuol dire non togliere importanza al proprio lavoro ma al contrario rimanere autoironici e non “tirarsela troppo”. Furono per me d’ispirazione anche diversi libri di fantascienza e narrazione, sono stati infatti un lettore onnivoro, quindi non so dire esattamente cosa mi abbia ispirato…

..possiamo quindi affermare che quel numero 1 del 1982 e quei canoni rappresentavano per Sergio Bonelli un tentativo di osare in senso innovativo…

era una novità per lo stesso Sergio Bonelli che non amò mai troppo il personaggio in quanto si aspettava scazzottate e inseguimenti, mentre Martin Mystere è un tipo riflessivo e che chiacchiera troppo.

Ed è stato, secondo noi, una testata che permise alla propria casa editrice di affermarsi con un’altra generazione che richiedeva canoni nuovi e diversi.

Direi soprattutto Dylan Dog. Martin Mystere ha dato la possibilità di uscire a quest’ultimo.

  • Abbiamo letto la prima stagione delle “Nuove avventure a colori di Martin Mystere” e ci è sembrata molto valida. Visto il tentativo di svecchiare il personaggio, possiamo fare una scala di priorità che lei e il suo staff vi siete dati a questo fine?
  •  
  • Prima di tutto va detto che questa serie l’ho fortemente voluta e quasi mai toccata, salvo far riassumere al protagonista caratteristiche che invece serviva mutare al fine di avvicinare nuovi lettori. Lo abbiamo reso quindi meno chiacchierone, più dinamico, inserendo anche un tocco maggiore di fantascienza e azione. Errore forse della prima serie è stato svilupparla troppo frettolosamente, con la seconda serie si ricercherà un equilibrio. Anche in questo caso mi affido a Gualdoni, che ritengo molto bravo e che sta svolgendo un lavoro egregio. I soggetti rimangono però quelli cari anche alla serie regolare come Atlantide e gli “Uomini in nero”. Il progetto si fonda sul non modificare i temi, ma il modo in cui vengono trattati collegando anche la prima stagione con la seconda da poco in edicola.

Passando ad una questione più generale: ci sono opinioni contrastanti su quella che è la situazione del fumetto italiano. E’ sicuramente mutata la critica verso la nona arte, lei come vede la fase che sta attraversando ? C’è un ricambio generazionale rispetto alla classe degli anni 90?

Attualmente ho l’impressione di no, però spero di sbagliarmi. Diciamo che il fumetto italiano deve ritrovare un momento distributivo diverso, il problema più grande è questo, oltre ad altri trenta. Incominciamo da quelli più seri, alla generazione attuale sono stati tolti circa vent’anni di storia: un ragazzino non sa chi è Tognazzi, cosa che non accadeva quando ero piccolo io con molti meno media, perché i genitori e la scuola ti informavano su questi argomenti. Adesso c’è questa enorme mancanza di conoscenza di cognizione della realtà dei fenomeni, mi piacerebbe addirittura fare un libro intitolato “Ti hanno fregato 25 anni”, non solo per il fumetto, ma anche per la storia. La gente non sa, non per ignoranza, ma perché li hanno fregati. Si è passati dall’asino al jet senza passare attraverso altri mezzi, questo ha creato tutta una serie di problemi anche nella lettura e nella funzione delle cose. Riguardo nuovamente alla distribuzione: dove troviamo i fumetti? Una volta in edicola il compratore perlustrava le nuove testate, adesso gli stessi rivenditori si stanno dimezzando e si sta parcellizzando il pubblico, il meccanismo non è più quello di una volta, non si esplorano nuove pubblicazioni, ma si va mirati sugli stessi acquisti. Si è annullata la preparazione alla lettura, un target più infantile o pre-adolescenziale; un tempo trovavi: Trottolino, Soldino, Tiramolla e Geppo solo per citarne alcuni propedeutici per una lettura sempre più adulta, paradossalmente è migliorata nel frattempo l’editoria per ragazzi.

C’è una situazione in Europa abbastanza differente a seconda del paese: il fumetto spagnolo è stato disintegrato dai manga, in Germania non si è mai affermato un fumetto nazionale, mentre in Francia resiste abilmente per il nazionalismo evidente. L’italia si pone a metà tra il destino dell’editoria spagnola e quella francese secondo lei?

Il problema dell’Italia è che ha un formato di fumetto adattabile in determinati contesti, risulta infatti abbastanza ostico per gli altri paesi e di difficile pubblicazione; il fumetto italiano riscuote successo principalmente nei paesi che non hanno una grande tradizione fumettistica, per esempio i Balcani, dove funzionano molto bene. Mentre invece il fumetto francese ha spadroneggiato in Europa come struttura, adottando anche una politica protezionistica (come in ogni ambito). C’è anche da aggiungere come in quel paese il lettore di manga diventi prima o poi un lettore di fumetti, essendoci un’abitudine interessante per quanto riguarda le letture dei giovani, i primi libri per ragazzi nelle librerie comparvero nel 1830, ciò significa avere 170 anni di tradizione e buona consuetudine di lettura illustrata e quindi una fedeltà a quelle abitudini che sovrasta ogni ondata culturale. Se in Germania, ad esempio, i manga sono venduti addirittura nei negozi di moda, di dischi, costituendo un fenomeno a se stante, in Francia sono limitrofi ad essi, partono spesso sin da giovani con letture giapponesi affiancandole prima o poi con il prodotto nazionale. I francesi hanno grande rispetto per la loro cultura; il lettore medio nostrano, a cui poco interessa di storia e tradizione della nona arte italiana, la considera ne carne ne pesce, compra dove gira il vento quella settimana, quando invece negli anni 80/90 il mercato era alle stelle. Io oramai non sono più un grande lettore di fumetti, esamino comunque il trend. Il problema principale resta: l’assenza di un  pubblico generale con la tendenza a sperimentare. Considerando però il caso spagnolo direi che la sorte del mercato fumettistico italiano è a metà fra gli estremi Europei

Un’ultima domanda: il mercato del fumetto italiano non si è ancora ripreso dalla crisi di vendite che lo ha duramente colpito, sembrano lontani gli anni 90 dove una testata affermata vendeva senza problemi 70.000 copie. Paradossalmente si vede un tentativo, in primis di SBE, di proporre nelle edicole e nelle fumetterie nuove storie e nuovi titoli, ritiene queste manovre come un buon tentativo di rilancio?

In parte si, sono concorde con lo sperimentare e sui nuovi titoli, non credo però che sia il momento storico adatto; a crisi in atto direi che dovrebbe essere prioritaria una ristrutturazione delle testate che vendono, il nuovo personaggio difficilmente risana subito le perdite degli altri. Le “Nuove avventure a colori” ad esempio sono il rilancio di un personaggio vecchio, potrei però parlare anche del nuovo “Mister No”, che sta andando bene in termine di qualità e pubblico perché si richiama ad una gloria del passato con nuovi canoni, contrariamente ad Odessa e altre proposte. Questa chiaramente è solo l’opinione di un appassionato, mi rammarico molto che non sia il momento di sperimentare troppo, lo sarà in futuro con buona probabilità. 

 

Alfredo Castelli

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