Fumetti

X-Men – Storie di Genesi e Rinascite

Articolo scritto a quattro mani da Mattia Sferrella e Massimiliano Perrone.

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Prefazione

Con notevole ritardo sulla tabella di marcia, complici una serie di impedimenti personali e professionali non da poco, pubblichiamo quest’articolo-tributo alla famiglia mutante più amata (e bistrattata) di sempre. Cercando di coagulare da un lato un’introspettiva sul retaggio e sul valore dei numeri uno (o comunque dei rilanci) che negli anni hanno interessato i mutanti, dall’altro di andare a vedere se effettivamente House of X/Powers of X (10) siano stati davvero groundbreaking come si è pensato o se, come da sempre succede per i mutanti, si sia trattato di un altro buco nell’acqua.

Certo è che dagli anni sessanta di cambiamenti ce ne sono stati, i mutanti non sono più, e forse non sono mai stati, quelli di Stan Lee e Jack Kirby. Furono gli anni settanta il vero motore dell’architettura mutante, la quale riecheggia ancora oggi. Bisogna però disvelare anche l’altro lato della medaglia, ovvero che dai primi anni duemila i mutanti hanno perso completamente una guida editoriale. Tangibile l’incapacità, tanto degli editor quando dei writer di creare storie appassionanti e meritevoli, talvolta per colpa non solo di questi ma anche di disegnatori mediocri al meglio. Chiaro altresì come il punto più basso si sia raggiunto con il periodo successivo a Secret Wars (2015) con la gestione ANAD della famiglia mutante, con un parco testate quantitativamente elevato e qualitativamente dozzinale e irrilevante (nonostante i team dietro).

Vedremo quindi se Hickman sarà riuscito nell’imperiosa opera di ripristinare la passata gloria mutante, così come fece per i Fantastici Quattro e per i Vendicatori.

M. P.

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“Più le cose cambiano, più restano le stesse” 

Un motto che gli appassionati degli X-Men conoscono bene, sia perché è stato usato molte volte per bocca dei personaggi stessi, sia perché noi lettori abbiamo assistito a tantissime evoluzioni dei mutanti per poi tornare a punto e a capo.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito, come detto in apertura, all’ennesimo rilancio dei mutanti più famosi di sempre, ad opera (questa volta) del funesto demiurgo Jonathan Hickman, che ha catapultato i nostri eroi nel ventunesimo secolo attraverso rivelazioni passate e future, senza però dimenticare i capisaldi fondamentali della loro storia editoriale.

Come tutti sappiamo Hickman non è il primo scrittore ad occuparsi di rilanciare il mondo mutante, ma quello che non tutti sanno è che è pienamente entrato di diritto nella shortlist di coloro che hanno davvero rivoluzionato gli X-Men.

Tuttavia, come si diceva nelle prime righe, questo articolo ha anche lo scopo di saggiare l’importanza che i rilanci (e i numeri uno) hanno avuto nella storia editoriale mutante. Perché ognuno di questi può benissimo considerarsi come un tassello del pesantissimo arazzo dei Mutanti e delle loro vite. Ma quindi di quali storie si sta parlando? Qui non troverete archi narrativi storici (come ad esempio il sempre abusato “Saga di Fenice Nera”), ma solamente numeri singoli, numeri uno (talvolta sia come qualità, molto più spesso come semplici numeri iniziali).

Allora quali sono stati gli altri rilanci che hanno scaldato i cuori e le menti dei fan? Andiamoli a vedere.

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Giant Size X-Men 1 (1975) (Wein/Cockrum)

Perché il primo amore non si scorda mai.

Anni 70: la testata X-Men è un riempitivo di ristampe, a causa anche delle scarse vendite di fine anni sessanta, questo finché gli editor non decisero di affidarsi a Len Wein per riportare in auge i mutanti. Creando, tra le altre cose, una formazione multietnica e decisamente allargata.

Ma non è stato Wein a creare il mito, bensì il suo assistente, Chris Claremont (che da lì a poco sarebbe diventato X-Chris, vero e proprio Padre putativo dei mutanti), all’epoca venticinquenne, che prende in mano le redini della testata per portarla verso terreni inesplorati.

Non solo Ciclope, ma anche Tempesta, Sole ardente, Colosso, Nightcrawler, Jean Grey, Banshee e il compianto Thunderbird, grazie alle doti dello scrittore inglese, contribuiscono a rilanciare un brand, all’epoca editorialmente morto, ed entrano nella leggenda grazie ad una run miliare e fondamentale sia per i mutanti stessi, sia per il fumetto supereroistico americano, durata fino agli anni novanta. Gli Shi’Ar. Il Club Infernale. Alpha Flight. Il Re delle Ombre. La Saga di Fenice Nera. Giorni di un futuro passato. Storie che sono entrate nella leggenda e che ancora oggi sono la pietra di paragone per qualunque scrittore pronto a cimentarsi con gli X-Men. Claremont resta sulla testata per 16 lunghi anni, contribuendo a creare un sottobosco mutante foriero di idee e personaggi indimenticabili. Da quel momento ci sarebbero stati sicuramente altri guizzi di innovatività ma la golden age mutante era finita, tutto ciò che venne dopo fu solamente una pallida imitazione del genio claremontiano sui personaggi.

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X-Men 1: facciamo un balzo di 16 anni. È il 1991. Il fumetto supereroistico sta cambiando irreversibilmente, distaccandosi dai cupi e gloriosi anni 80, per far posto alle pin up e al sensazionalismo degli anni 90.

Erano gli anni immediatamente precedenti alla nascita della Image (Lee/Liefeld/Valentino/Larsen/Silvestri/McFarlane), il mercato era in pieno turmoil e la nave della Marvel era traghettata da tre scomodi personaggi: Jim Lee, Rob Liefeld e Todd McFarlane. Tralasciando gli ultimi due è stato Jim Lee colui che davvero, per la prima volta (non dissimilmente all’arrivo di Neal Adams sui mutanti negli anni sessanta), contribuì a porre nel vuoto tutto quanto di precedente fu visto sui mutanti. Uno stile grafico mai visto e cinetico senza precedenti, il suo arrivo sul numero 267 degli Incredibili X-Men è ancora oggi uno dei più eclatanti e incisivi di sempre, superato solamente dal numero successivo (Cavalieri di Madripoor) e dal trittico finale di Claremont, ovvero X-Men 1, 2 e 3. Proprio quello che vedremo qui sotto.

Rubicone

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Con X-Men 1 di Claremont (che abbandonerà la Marvel con il terzo episodio della serie per contrasti insanabili con l’allora editor Bob Harras) e Jim Lee, la Marvel infrange ogni record di vendita precedente. Lo scrittore definitivo degli X-Men e il disegnatore più quotato della casa editrice insieme ai personaggi più amati di sempre. Un connubio che culmina nella storica divisione della formazione mutante in Squadra Oro e Squadra Blu, nel Testamento di Magneto (nel finale del trittico) e che ispirerà la storica serie animata.

Tocca adesso spostarsi in avanti di parecchi anni, verosimilmente dieci, perché successivamente a Claremont non ci fu molto di cui parlare (quasi tutti gli eventi mutant-oriented non riguardano gli X-Men nel vero senso della parola), anche se nel prosieguo ci si soffermerà sia sull’Era di Apocalisse (1994-1995) sia su Onslaught (1996-1998) (unici eventi “meritevoli” per i mutanti, laddove un altro terzo evento, Attrazioni Fatali (1993), fu importante solo per due motivi: 1) la situazione successiva per Wolverine e 2) la miccia per gli eventi di Onslaught), fu solo nel 2001 che i mutanti riacquistarono parte dello smalto perduto in passato (specie nel periodo 1998-2000, vera e propria pattumiera editoriale per gli X-Men).

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Volendo spendere due parole su l’Era di Apocalisse, visto anche il recentissimo cofanetto luxury della Panini, e su Onslaught, possiamo dire come entrambi servirono due fini completamente opposti. Con Apocalisse si cercò, e si riuscì, a dare nuova linfa a determinati characters, alla situazione degli X-Men dopo l’abbandono sia di Claremont sia di Jim Lee, nonché a creare un maxi-evento in cui più autori/disegnatori riuscissero a non creare un casino di proporzioni gigantesche. Il rischio era tuttavia scongiurato dal fatto che tutta l’Era di Apocalisse si svolgeva in una versione alternativa di Terra-616. Detto in altri termini: l’allora deus ex machina delle serie mutanti, Scott Lobdell, sconvolge le vite degli x-men proponendo un’idea mai vista prima: cosa sarebbe successo se Xavier fosse morto prima di creare gli x-men? Facciamo un piccolo passo indietro: Legione, figlio pazzo di Xavier, torna indietro nel tempo con l’intenzione di uccidere Magneto, ma nella foga uccide il padre dando vita ad una cristallizzazione del tempo dell’universo 616 e creando accidentalmente una realtà alternativa nella quale i mutanti dominano il mondo. Il gesto efferato di Legione ha infatti causato l’ascesa di Apocalisse che ha attuato la sua teoria della sopravvivenza del più forte. Ma possibile che non ci fosse nessuno ad opporsi al tiranno? Certo che sì. La Marvel sospende le serie regolari mutanti e le sostituisce con nuove miniserie come Amazing X-Men, Factor X, Weapon X, Gambit & The X-Ternals, X-Man ed altre, dando libertà totale ai team creativi nel riscrivetela realtà del sogno distorto di Xavier. A guidare gli x-men, molto diversi da quelli che ben conosciamo, è Magneto, sopravvissuto anni prima allo scontro con Legione e che si è accollato la responsabilità di portare avanti il sogno di Xavier. Molto affascinanti sono le versioni alternative degli x-men con personaggi completamente stravolti da una parte e dall’altra della barricata, pur conservando un barlume di eroismo che illumina quest’era tetra e disperata. Solo con l’aiuto di Alfiere, l’unico a ricordare la vecchia realtà, gli x-men riescono a sconfiggere Apocalisse a costo di sacrificare il loro mondo nel nome del sogno del Professor X. Dopo mesi di storie cupe si torna alla realtà originale, con gli x-men che però escono scossi da questa vicenda che ha lasciato degli strascichi nella psiche dei membri del gruppo, e con l’arrivo nell’universo 616 di personaggi ereditati dall’affresco creato da Lobdell e soci come Bestia Nera, Sugar Man e X-Man. Quest’ultimo in particolare è molto importante nello sviluppo del ciclo pre-Hickman (come già sottolineato non parleremo mai di quell’evento, i lettori di Age of X-Man capiranno certamente il perché). Nonostante fosse stato un ciclo limitato di pochi mesi, l’Era di Apocalisse è tuttora ricordato come uno dei momenti più tetri della storia mutante.

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Onslaught costituì invece la risposta Marvel alle scarse vendite di tutti i suoi prodotti, nonché al suo imminente fallimento. Onslaught non è altro che una potentissima entità psionica creata dall’odio di Xavier (dopo i fatti di Attrazioni Fatali) e dalla mente di Magneto (quello vero e non Joseph, che di fatto è il suo clone amnesiaco). Onslaught ebbe sulla carta un potenziale altissimo, ridotto poi dalla pessima gestione editoriale. L’Era di Apocalisse funzionò perché vi parteciparono solo mutanti; in Onslaught si ebbe la brillante idea di coinvolgere anche i Vendicatori, i Fantastici Quattro e Cap. Fu un massacro in tutti i sensi, vendite scarse prima di tutto. La Marvel decise allora di chiedere aiuto a due vecchie conoscenze.

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L’evento sarebbe quindi culminato nella creazione di nuovo universo con nuove origini per i personaggi, il tutto scritto e diretto da Rob Liefeld e Jim Lee. Il progetto fu un fallimento di proporzioni epiche, e consacrò Rob Liefeld come peggior disegnatore al mondo, le storie non avevano alcun mordente e allora fu deciso di rebootare tutto facendo finta che l’universo Reborn non fosse altro che una creazione di Franklin Richards, il mutante più potente dell’Universo nonché figlio di Reed Richards e Sue Storm-Richards.

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Dal 1998 al 2001 abbiamo solo storie inutili, carta straccia (quando vi ritrovate Marrow dei Morlocks nel vostro team sapete che avete sbagliato tutto, editorialmente parlando). La luce in fondo al tunnel comincia con “L’Alba della Distruzione” e finisce con l’arrivo di Morrison, di cui diremo subito.

Se la prima british wave ci diede Excalibur (Alan Davis ti ringraziamo), la seconda wave ci portò uno tra gli scrittori più famosi e controversi del XXI secolo. Grant Morrison (le cui opere non vi devo elencare per alcun motivo)

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New X-Men 114 (E come Extinzione) (2001) (Morrison/Quitely)

Come si diceva sopra, l’arrivo sui mutanti di Grant Morrison, uno degli scrittori più rappresentativi della “british invasion” fu un battesimo del fuoco fortissimo e importantissimo per la famiglia mutante.

Morrison ha, infatti, idee forti, totalmente diverse dallo schifo visto negli anni precedenti, che rivoluzionano completamente il sottobosco mutante. Se ne possono citare alcune: la sconvolgente rivelazione in diretta televisiva di Charles Xavier: “mi chiamo Charles Xavier e sono un mutante”.

Una semplice frase che cambia tutto, che fa uscire gli x-Men dalla posizione di emarginati per renderli il polo di tutti i mutanti del mondo. L’introduzione della letale Cassandra Nova, mummudrai e gemella psichica del Professor X, la quale si renderà famosa per un noto evento della storia mutante, il massacro di Genosha. 16 milioni di mutanti muoiono sotto l’attacco delle sue Nuove Sentinelle e Charles Xavier reagisce nell’unico modo possibile, totalmente diverso dallo Xavier a cui si era abituati in passato.

Altra cosa da considerare fu l’introduzione del personaggio che più di tutti incarna il Morrison-pensiero, ossia Quentin Quire (durante “Rivolta all’Istituto Xavier), uno studente dello Xavier Institute che abbraccia una filosofia violenta secondo la quale i mutanti hanno il dovere di preservare la loro razza anche ricorrendo a metodi brutali in totale contrapposizione al sogno di Xavier stesso, definito obsoleto e inutile.

Ovviamente Morrison non si limitò a questo, ed introduce anche altri personaggi (come le Naiadi di Stepford, mente alveare della potentissima Emma Frost; oppure Fantomex) tra cui spicca John Sublime, batterio mutante quasi immortale che fa da collante per tutta la sua run. In tutto questo, l’Istituto Xavier è pieno di personaggi nuovi di zecca, gli X-Men sono popolari, essere mutanti è una moda, così tanto che tutti vogliono esserlo. Morrison resta fedele alle sue idee ed introduce le geno-droghe. Tutti possono avere superpoteri, ma pochi sanno gestirli, compreso Magneto che, inizialmente infiltratosi nei ranghi degli X-Men sotto le mentite spoglie di Xorn (altro personaggio da Morrison introdotto), abusa della droga “KICK” ( una semplice estensione di John Sublime, come si scoprirà a fine run) per mettere a soqquadro Manhattan, una run che culmina con la devastante morte di Jean Grey (in Pianeta X), precedentemente abbandonata dal suo ex marito Ciclope per Emma Frost, altro personaggio che Morrison eleva a pedina fondamentale. Ricordiamoci la massima della Grey: “Vivi Scott, vivi. Io non faccio altro che morirti addosso.” La run di Morrison termina poi con un omaggio a Giorni di un futuro passato (storia fondamentale del periodo Claremont), ovvero Spettri dal futuro, disegnata da un altro vero Maestro degli anni novanta: Marc Silvestri (ciliegina sulla torta di una run che ha visto alternarsi pesi massimi come Frank Quitely, Igor Kordey, Ethan van Sciver, Phil Jimenez, Chris Bachalo e John Paul-Leon).

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In 5 anni Morrison crea una run leggendaria e controversa, proiettando gli X-Men verso il ventunesimo secolo, sottolineando spesso e volentieri l’importanza della run di Claremont, al quale deve tutto. Ritenuta dai più come la miglior run moderna, tuttavia sconta la vicinanza con un altro ciclo di storie ritenuto anch’esso il migliore, vuoi per il diverso setting e la maggior intimità caratteriale del cast, vuoi per il comparto artistico, vuoi per altri motivi, la guerra tra questi due cicli continua ancora oggi.

E’ tempo di essere Stupefacenti.

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Astonishing X-Men 1 (Talenti) (2004) (Whedon/Cassaday)

Morrison abbandona la nave mutante in pessime acque. I mutanti sono temuti più che mai dopo il terribile attacco di Magneto, visto in Pianeta X, e Ciclope decide di rispolverare i costumi in spandex per rendere nuovamente gli X-Men degli eroi. Lo scrittore Joss Whedon, creatore della serie tv Buffy, insieme al disegnatore John Cassaday, padrone di un fotorealismo visto solo allora (e mai più dopo, visto il declino del suo stile) lancia una nuova serie ammiraglia del mondo mutante. Un cast contenuto che vede Kitty Pryde, Wolverine, Ciclope, Emma Frost e Bestia (a cui poi si aggiungerà anche Colosso, ritornato dalla “morte” dopo i fatti dei “La cura per il virus Legacy/Addio Soldatino di latta, datati 1999/2000), storie intime e realizzate con una cura che mai più si rivedrà nel panorama mutante.

Kitty Pryde è la Buffy di Whedon, ed attraverso di lei crea quello che possiamo definire come “il telefilm degli X-Men”. Azione, introspezione, dramma, soap opera. Tutti gli elementi che hanno reso grandi gli x-men tornano in auge attraverso continue citazioni della storica run di Claremont, donandoci una sequenza di storie debitrici del glorioso passato ma allo stesso tempo fresche e moderne. Una serie che ha messo tutti d’accordo, un must per i nostalgici come per le nuove leve.

Ancora memorabile, nel cuori di tutti i fan, l’ultimo story-arc della gestione Whedon

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Dal 2008 in avanti, anno di fine di Inarrestabili, non ci fu molto di cui parlare per i mutanti. Numeri uno o rilanci non ve ne sono stati e salvo l’importanza di eventi come House of M (principalmente per personaggi come Scarlet e i Vendicatori, i quali però promanavano già dagli eventi di Divisi), con cui i mutanti vennero ridotti a poco più di duecento, e Messiah Complex/War/Second Coming (grazie anche al richiamo di alcuni disegnatori della scuderia Top Cow di Marc Silvestri), i quali eventi furono capillari, e furono la base per l’apparizione sulle scene di Hope Summers ed il rehash di alcune storie su Ciclope/Frost/Cable nonchè sulle Sentinelle/Master Mold e Bastion.

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I tempi erano tuttavia maturi per sperimentare qualcosa di nuovo.

 

Dopo gli eventi di Second Coming (Secondo Avvento in Italia), Wolverine si separerà, in Scisma, “definitivamente” da Scott Summers, fondando la sua scuola (la Jean Grey School). Dando vita ad uno dei rilanci più sorprendenti del periodo moderno dei mutanti, capitanato da un giovane Jason Aaron (forse ve lo ricordate per la sua “secondaria” run su Thor) e dall’ultimo vero Chris Bachalo.

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Wolverine & gli X-Men 1: un titolo atipico per una testata atipica. Ciclope e Wolverine hanno opinioni divergenti. Il primo vede i mutanti come soldati per una giusta causa, il secondo ritiene che vadano protetti, istruiti ed addestrati. Nasce uno Scisma che porta alla divisione del gruppo, e Wolverine diventa il nuovo preside dell’Istituto Jean Grey per Giovani Dotati. L’artefice di questo bizzarro cambiamento è il lanciatissimo Jason Aaron, che mescola la tradizione agli elementi più riusciti delle storie di Morrison e Whedon, creando una run divertentissima ed introducendo personaggi che tuttora sono amati dai lettori. La serie dura 42 episodi ed è leggermente penalizzata dai continui tie-in ai crossover del momento (tra cui quel tritarifiuti di AvX), ma comunque valida e rispettosa della continuity. Aaron ci dona gli x-men nelle vesti di insegnanti, una nuova versione del Club Infernale con tanto di Accademia, e successivamente riporta in scena Nightcrawler (sulla successiva Amazing X-Men 1/5, seguito naturale di W&XM), confermandosi come uno degli scrittori di punta della Marvel e fine conoscitore del sottobosco mutante. Insomma, un rilancio “scolastico” apprezzatissimo e indimenticato. La serie è stata recentemente riproposta in un unico omnibus, tuttavia sono di facile reperimento i singoli spillati.

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Avengers vs. X-Men si pone come chiusura del cerchio, un evento caotico, senza capo né coda (come oramai si proponevano gli X-Men), il ritorno della Forza Fenice, la morte [non solo] editoriale di Xavier (che rimane morto fino all’ennesimo “stupro” su Stupefacenti X-Men di Soule, il funesto demiurgo per i mutanti moderni), la Fenice che si divide in più utilizzato e lo strapotere di Hope Summers. Il tutto condito da non meno di sei scrittori e dodici disegnatori. Potete immaginarvi il risultato.

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Il finale serve, a livello editoriale, a far partire il periodo Marvel Now!, da molti ritenuto il peggiore per i mutanti (solo perché non potevano prevedere il futuro per vedere cosa sarebbe successo dopo, a quel punto si sarebbero leccati le dita con il ciclo di Brian M. Bendis, già conosciuto in Marvel per Ultimate Spider-Man e Avengers). Bendis come scrittore della testata dividerà le trame in due: da una parte il canonico Incredibili X-Men, con Bachalo ai disegni (prevalentemente); dall’altra darà il suo personale contributo creando All New X-Men (Nuovissimi). Questa seconda testata ha sicuramente dei pregi, le idee tra le altre cose, ma soprattutto David Marquez e Stuart Immonen tra i disegnatori. Inutile dirvi come anche i Nuovissimi verranno “abusati” editorialmente, venendo dequalificati a meri “bambini” con storie al limite del ridicolo. Andiamo ora ad esaminare quindi All New X-Men. Alcuni mutanti faranno la loro apparizione anche in Incredibili Avengers di Rick Remender (nella squadra Unione, narra dalle ceneri di AvX, la quale vedrà al suo interno sia Vendicatori sia X-Men).

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All New X-Men 1: ovvero, cosa succede quando Bestia decide che è arrivato il momento di prendere cattive decisioni, ovvero che l’unico modo per far ravvedere il belligerante Ciclope, ormai diventato quasi un terrorista, sia quello di portare nel presente i cinque X-men originali? Nulla di buono. Gli Scott, Warren, Jean, Bobby ed Hank dei sixties si ritrovano catapultati nel loro futuro e non tutti la prendono bene, soprattutto loro. I giovanissimi X-Men si trovano alle prese con delle belle gatte da pelare, e decidono di mettere al servizio del mondo i loro poteri. Lo scrittore di questa sconvolgente run è Brian Michael Bendis, che in sole 22 pagine cambia lo status quo degli X-Men. Non tutti però sono convinti della riuscita di questo progetto, ma complici i disegni del grande Stuart Immonen, questa controversa sequenza entra di diritto nella classifica dei rilanci più importanti del mondo mutante. Una serie che diviso parecchio, ma che comunque ha avuto il pregio di porre nuovamente gli x-men sotto i riflettori. Morale della favola, una volta esaurita la spinta iniziale, i giovani mutanti tornano attraverso esperienze traumatiche alle loro vecchie vite, pressoché ignari dell’esperienza vissuta nei giorni nostri. La run di Bendis ha avuto molte idee originali al di là del time travel, tra cui il recupero di un personaggio principalmente ideato per la sua run nei Vendicatori (rimasto poi solo nella cover del primo numero) e la creazione di Tempus (che sparirà dai radar fino a Hickman, salvo un’apparizione in uno degli Annual più belli del periodo mutante di Bendis, disegnato da Andrea Sorrentino). Gran parte delle sotto-trame rimaste verranno poi tagliate in Incredibili X-Men 600, complice anche la vicinanza del maxi-evento Secret Wars (2015) orchestrato da Jonathan Hickman.

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Il post Bendis, nonché post Secret Wars, è stato ritenuto, non solo per i mutanti, ma per tutta la Marvel un grande fallimento editoriale. Grazie Axel Alonso. Gli X-Men si trovano nuovamente divisi in (almeno) tre team: 1) i nuovissimi, quindi quelli time displaced di Bendis; 2) Straordinari X-Men, capitanati da Storm e; 3) Gli Incredibili, con Magneto al timone. Le serie non valgono nulla, tanto editorialmente quanto artisticamente parlando. Per darvi un’idea, su una di queste testate fu messo come scrittore Jeff Lemire e neppure lui riuscì a combinare qualcosa (complice Alonso). Tutte tre le serie durano meno di 35 numeri e culminano nell’ennesimo casino denominato IvX (ovvero AvX ma con gli Inumani). Orchestrato malissimo per una serie di motivi tra cui i seguenti: 1) la maldestra operazione di riduzione generazionale di tutti gli x-books e non solo (si intende la tendenza dell’Editor Capo a voler far sembrare tutte le testate appetibili anche per un pubblico giovane, procedendo ad opportune modifiche tanto sul lato artistico quanto su quello storico); 2) gli eventi gravitanti attorno alla Morte di Ciclope (avvenuti a mezzo retcon); 3) la pessima gestione delle due testate ammiraglie degli Inumani; 4) L’inutilità dell’evento, che di fatto non è altro che uno spin-off di Civil War II e AvX. Unica cosa che salva alcune parti dell’evento è lo stile artistico di Kenneth Rocafort e Leinil Yu (il primo non lo ringrazieremo abbastanza per quanto fatto su Ultimates con Ewing). Viene fuori che l’evento serve solamente all’ennesimo reboot mutante, ovvero ResurrXion, lanciato con un albo oneshot, X-Men Prime.

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Vengono a formarsi, nuovamente, tre formazioni per tre testate. Inizialmente abbiamo X-Men Blu, con i membri di Nuovissimi, capitanati da Magneto e dalla giovane Jean Grey di Bendis. L’albo risulterà un’agonia perpetua per cinquanta numeri, complice la presenza di Bunn ai testi e lo stile irrilevante di Jorge Molina, già facente parte della riduzione generazionale di cui si diceva sopra. Secondo albo/team è dato da X-Men Oro, scritto dal fan di lunga data, Marc Guggenheim e disegnato (inizialmente) da Ardian Syaf (che si farà silurare dalla Marvel come un cane per aver inserito messaggi politico-religiosi relativi al caso Jakarta). La serie si  presenta come un lungo tributo alla gestione Claremont e presenta ben poche novità, fatto salvo l’ennesimo matrimonio (finito male), orchestrato male ed eseguito peggio, tra Kitty Pryde (la leader degli X-Men) e Piotr (Colosso). Anche qui si tratta di cinquanta numeri poveri di contenuti, fatto salvo alcuni di questi (i primi tre). Quasi contemporanea a queste due è anche l’ennesimo rilancio degli Stupefacenti, scritto da Charles Soule e disegnato da Jim Cheung, la serie dura 17 numeri, ma solo i primi dodici hanno senso nel canon originale (oltretutto si tratta degli unici scritti dal Soule), e solo quelli da 7 a 12 hanno un vero e proprio valore per la continuity (ovvero l’utilizzo di Fantomex come trojan horse per il “ritorno” di Charles Xavier). I numeri da 13 a 17 sono scritti da Matthew Rosenberg e disegnati dal “Johnny Sins” dei fumetti, ossia Greg Land. La serie condivide solo il nome e non usa nessun elemento rilevante per la continuity. 

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La gestione Rosenberg di Stupefacenti ha ovviamente un’utilità, Rosenberg fu l’artefice del mini evento “La Resurrezione di Fenice”, con cui fu riportata in vita la Jean Grey originale. Da questo evento nacque X-Men Rosso. Una delle poche creazioni editoriali davvero meritevoli di essere letta, l’unico rimpianto è che sia durata così poco. Undici numeri scritti da Tom Taylor (molto famoso in casa Distinta Concorrenza) e disegnati da Mahmud Asrar.

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Proprio sul finire del 2017 iniziavano ad addensarsi i rumors concernenti il possibile arrivo di Jonathan Hickman sugli X-Men. La Marvel fu quindi abbastanza risoluta nel porre “la camera in ordine” per l’arrivo della nuova governante. I Nuovissimi X-Men di Bendis, quindi quelli giovani e fuori dal tempo, vengono “tolti di mezzo” in Extermination, di Ed Brisson e Pepe Larraz, quattro numeri scritti meglio degli ultimi due anni messi insieme di produzioni mutanti (Rosso a parte), disegnata da un giovane Larraz (uno dei tanti cloni di Stuart Immonen, divenuto poi “originale” a modo suo). Extermination ha avuto il pregio, o l’arduo compito, di portare in scena due personaggi interessanti: 1) il giovane Cable; 2) Il vecchio Ciclope, riportato in vita (in modo arzigogolato e abbastanza improbabile) durante un annual del rilancio mutante pre-Hickman, che adesso andremo a vedere.

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Ed Brisson, Matthew Rosenberg e Kelly Thompson ottengono l’arduo compito di preparare la strada per Hickman. Delineando un maxi-evento “ordinatorio” in dieci parti, denominato Divisi (il cui numero uno avrà non meno di cinquanta variant cover), ulteriormente si ritornerà alla dicitura standard di “Incredibili X-Men. Il risultato è tuttavia totalmente opposto alle aspettative editoriali e non, l’evento è un caos, troppe teste dietro, troppi disegnatori sopra e troppe idee buttate a casaccio. L’idea è allora quella di separare il tutto. Dopo dieci numeri una parte degli X-Men finirà nella cd. Age of X-Man (una sorta di pessimo rehash editoriale dell’Era di Apocalisse di cui non parleremo mai più nella nostra vita), i rimanenti rimarranno sulla terra a cercare di capire come sopravvivere e come trovare i propri amici. Stranamente è questo secondo “team” a salire sul carro dei vincitori, Matthew Rosenberg e Salvador Larroca (di ritorno sui mutanti dopo numerosi anni su Star Wars) creano una trama avvincente, dark e sanguinolenta al punto giusto.

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Quasi come se Rosenberg si fosse vendicato del lavoro da tappabuchi a cui è stato destinato dagli editors. Quest’ultimo troncone di storie porta sulla scena anche vecchie glorie del mondo mutante (Fabian Cortez, Nemesis, Kwannon, Shinobi Shaw, Emma Frost e i Nuovi Mutanti per citarne alcuni, riportati in scena dallo stesso Rosenberg in un volume oneshot). La serie vede anche il ritorno di Whilce Portacio come copertinista per gli ultimi numeri. La serie finisce con una sorta di finale aperto, una specie di “cambiare tutto per non cambiare nulla”. La fine non è casuale dato che a Jonathan Hickman fu dato pieno controllo creativo non solo di ciò che verrà, ma anche di ciò che è già accaduto.

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HUMANS OF PLANET EARTH, WHILE YOU SLEPT THE WORLD CHANGED (Prefazione agli HiX-Men)

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Hickman ha sempre avuto un peso non indifferente per quanto riguarda la Marvel. Salvatore dei Fantastici Quattro dopo il ciclo insipido di Millar/Hitch, Architetto dell’Infinito durante Avengers/New Avengers. Demiurgo celeste dello SHIELD e dei Secret Warriors, memorabile altresì la sua brevissima run sugli Ultimates (la quale servirà da apripista per le fasi finali di quella sugli Avengers, in modo non dissimile da “Il Ponte” durante la sua tenuta sui Fantastici Quattro). Le notizie circa il suo arrivo sulla famiglia mutante parevano non essere più un sogno, specie a seguito di alcuni inserti promozionali nei principali albi americani. Successivamente si affermò il leitmotiv del “momento più importante nella storia degli X-Men”. A nessuno poteva venire in mente che il momento andasse cercato non tanto nella storia “vissuta” degli X-Men, quanto in quella precedente e mai narrata. Questo, cari miei, non è il potere della retcon ma è il potere del controllo creativo totale, l’unico modo che Hickman conosce per salvare tutto e tutti. Il suo solve everything (cit. Reed Richards).

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La volontà di Hickman di portare nuovamente due testate parallele non fu casuale, ed anzi risulta da lui pienamente già sperimentata (Fantastic Four/Future Foundation, Avengers/New Avengers). L’idea era quella di raccontare il “presente” dei mutanti in House of X (ambientata cinque mesi dopo non si sa bene quale accadimento, prendiamo per buona la fine del periodo Rosenberg e l’accadimento dei fatti di Astonishing #12) ed il “futuro” in Powers of X (da leggersi come 10, questo perché lo sfondo temporale della serie si sarebbe mosso in avanti in potenze di 10). Coadiuvato ai disegni dal potentissimo Pepe Larraz (clone emancipato di Stuart Immonen), già visto su No Surrender e su Extermination, e da R.B. Silva su Powers of X (anch’esso clone di Immonen), entrambi colorati dal “violet” Marte Gracia. Il cantiere narrativo/costruttivo di Jonathan sfrutta quindi due testate da sei numeri l’una, dodici numeri per restituire non solo una dignità ai mutanti, ma per renderli nuovamente superior rispetto a tutti gli altri. Ci sarà riuscito?

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Volendo assolutamente evitare ogni tipo di spoiler, si rende perlomeno necessario discutere un po’ dei primi numeri (anche perché la serie è in corso di pubblicazione in Italia, con House of X #3 in uscita domani), non si può sottacere il maestoso lavoro di world building meta-building fatto da Hickman, completato da un corposo apparato info-grafico (tipico dei suoi lavori). Una “pistolettata” informativa senza precedenti, elementi mai visti prima, tutti insieme per ridare lustro e mistero al sogno di X, un sogno da troppo tempo bistrattato editorialmente.

Hickman recuperò ogni tipo di elemento utile per il suo puzzle narrativo, non solo mutanti dispersi nelle pieghe editoriali del tempo (tra cui Tempus, introdotta da Bendis e protagonista di uno degli Annual più emotivi degli ultimi anni), ma anche elementi di alcuni sui precedenti lavori (la Forgia è basata sul Martello di Sol visto nei Vendicatori). House of X si rivela come una sorta di political story mutante, come si evince da tutto il primo numero. Anche se non vengono introdotti particolari elementi è strano vedere nuovamente personaggi come Magneto, Xavier, la Frost e le Naiadi (quelle sopravvissute) tutti nello stesso albo. La potenza politica dell’ultima pagina del primo numero è pari, se non superiore, a quella vista durante il periodo di San Francisco o, ancora meglio, quello di Nation-X. Incredibile anche il lavoro fatto su tutta l’isola di Krakoa, da mero background a protagonista globale delle vicende mutanti. Rimasto sullo sfondo (ma ancora per poco, visto sia il recente annuncio editoriale sia l’info-grafica del primo numero) il ruolo di Franklin Richards, da sempre tenuto in palmo di mano da Jonathan Hickman.

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Tuttavia Powers of X #1 racconta una storia completamente diversa, ed è questo il vero Hickman, il vero power building, l’Autore mette al centro un personaggio praticamente dimenticato (Moira) e ne fa non solo l’architrave di tutto il suo racconto, ma anche il grimaldello narrativo per giustificare ogni cosa, tra cui la genesi del suo progetto.

Ma non si ferma qui, praticamente tutto Powers of X #1 sprizza di originalità. Le stesse Chimera, tra cui Rasputin (personaggio praticamente sulla bocca di tutti i principali siti di fumetti fin dal suo reveal nella variant di Brooks del primo numero) nonchè Cardinal. In ogni caso tutti caddero in errore quando venne scoperta l’origine di questi personaggi. Senza contare tutti quelli presenti in quella cover che Hickman non ha ancora usato (neppure nel post HoX/PoX). La stessa apparizione (seppur solo per via narrativa) di Mr. Sinister, della Shapandar e di Nimrod è risultata una vera e propria sorpresa. Ma mai quanto l’apparizione di Wolverine e “Xorn” e di altri due guest misteriosi.

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Inutile dirvi come la narrazione di PoX si muova su quattro momenti temporali distinti, l’anno 1, in cui viene raccontata la genesi del sogno di Xavier; l’anno 10, verosimilmente il periodo di House of X; l’anno 100, ovvero quello di cui si è parlato nel paragrafo sopra; l’anno 1000, quello più misterioso e apocalittico di tutti, il cui potenziale narrativo è ancora sopito, a parere di chi scrive.

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I numeri restanti sono un colpo di scena uno dietro l’altro, ed il lettore si trova quasi sempre spiazzato (specie gli eventi del prossimo numero italiano, ovvero quello del 11/12) per quanto vede scorrere sulle pagine degli albi. Ma mai niente lo potrà preparare per quello che accadrà negli ultimi momenti. La soluzione Xavier al problema mutante. Questa il lettore non se l’aspetterà mai. Dei due albi, nonostante PoX si riveli il più denso a livello di idee/storia (nonché per potenziale ancora sopito) è sicuramente HoX a rubare tutta la scena fino alla fine. Probabilmente non è da sottacere la componente artistica, né quella dinamica di tutto il racconto. Vi è però da precisare che senza Powers of X non vi sarebbe alcun House of X, ed entrambi gli albi restituiscono una storia potentissima, una scommessa perfettamente ripagata ben oltre le aspettative di tutti, probabilmente anche della stessa Marvel (anche viste le cattive acque, non solo editoriali, in cui navigavano i mutanti). Solamente andando a vedere i numeri pubblicati al momento in Italia (3 per PoX e 3 per HoX) è impossibile tirare un bilancio non anticipatorio per chi non ha ancora letto nulla. Persino le info-grafiche dei primi numeri sono uno spoiler troppo forte. Il consiglio è quello di recuperare al più presto tutte la serie e lasciarsi cullare da quanto imbastito, fino ad ora, da Hickman.

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Si tratta quindi di un problema vero, anche adesso, per chi sta scrivendo, l’inconveniente è proprio quello di cercare di ridurre al minimo gli spoiler, parlando al limite solo superficialmente dei primi due numeri (HoX e PoX #1, che tutti avranno ormai letto si spera). Lasciando volutamente da parte il 90% della narrative mass, ed, anzi, servirsi solo di quanto già mostrato a livello promozionale. Chiaramente al termine della pubblicazione italiana sarà nostro piacere compiere una ricognizione definitiva su HoX e PoX, ma non è certamente questo il momento né la sede.

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Basti qui al lettore sapere che House of X costituisce sicuramente l’impalcatura maggiormente action e dinamica delle due storyline, nonché quella col potere narrativo maggiormente scoperto e usato. Si tratta anche di quella col cast più familiare per il lettore. La serie si mostra in fatta sempre a cavallo tra il political drama e la coup d’etat story. Con alcuni balzi di redenzione e ascesa mutante.

Powers of X è chiaramente la più misteriosa e complessa delle due, anche solamente vedendo il comparto info-grafico allestito dall’Autore, oppure le quattro linee temporali interconnesse dal medesimo catalizzatore (Moira, come già più volte mostrato). Stesso dicasi per il cast in scena, quasi tutti nuovi elementi o vecchi in una nuova, nuovissima, veste (salvo un certo “soggetto”). Non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi mesi gran parte delle storyline mutanti pescassero a piene mani dal mythos non usato di PoX.

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Il bilancio finale dei sei numeri di HoX e PoX (quindi dodici in totale) non può che essere assolutamente positivo, per non dire sbalorditivo. Mai ci sarebbe aspettati una “quarta genesi” di questo tipo, mai avremmo ripensato di leggere una storia mutante ed esclamare parole del tipo “ho goduto davvero tanto”. Specie abituati alla spazzatura editoriale degli ultimi anni (X-Men Rosso a parte). Il problema con ogni lavoro del buon Hickman è però sempre il periodo successivo; ci ricordiamo tutti cosa successe dopo i Fantastici Quattro suoi (Fraction e Robinson, i quali hanno praticamente ucciso la serie, riportata solo in vita di recente ma, editorialmente parlando, di una piattezza senza senso, courtesy of Dan Slott), lo stesso dicasi anche per i Vendicatori/Nuovi Vendicatori, tutto il periodo successivo a Secret Wars è stato infatti un chiaro passo falso continuo per loro (e si sono salvati solo grazie alla presenza degli Ultimates di Ewing e Rocafort). Questa volta però pare che il controllo creativo di Hickman sia andato ben oltre le testate presenti. L’ampiezza narrativa del suo input si è infatti estesa al periodo successivo, cd. Dawn of X, il quale è comunque, ad avviso dello stesso Hickman, un periodo in più fasi (specie viste tutte le componenti narrative viste e ancora non usate, per non citare quelle proprio ancora non introdotte).

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Fanno parte della Dawn of X le seguenti testate:

X-Men di Hickman/Yu, la quale sarà una testata “Summers-centrica”, con un focus sulla gerarchia di Krakoa successivamente allo status quo stabilito al termine di HoX/PoX.

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Marauders di Duggan/Lolli, incentrata su un team “salvifico” di X-Men col compito di salvare e proteggere i mutanti ancora non inclusi nell’egida di Krakoa. Il team sarà capitanato dalla “rossa” (chi ha letto HoX/PoX sa a cosa ci si riferisce) Kitty Pryde.

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Excalibur di Howard/To, il ritorno del team britannico è una delle scommesse più ardue di tutta la prima wave di Dawn of X. Riuscirà il team capitanato da Betsy Braddock, quale nuovo Capitan Bretagna, a restituire dignità e magia ad uno degli albi storici dei mutanti?

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New Mutants di Brisson-Hickman/Reis, un altro atteso ritorno, al pari di quello di Excalibur, con uno dei team più amati nella storia mutante (specie per gli aficionados del periodo Claremont/Sienkiewicz, visto anche il recente oneshot tributo “Figli della guerra”). Da quanto appreso si tratta di una sorta, al momento, di space opera umoristica e dai toni non troppo seriosi.

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X-Force di Percy/Cassara (e anche Dean White ai colori, perché non citarlo sarebbe come togliere il 50% del valore alla serie), ritorna finalmente una X-Force degna di questo numero, con un primo numero (da quanto appreso) al cardiopalma, tanto narrativamente quanto artisticamente. Una vera sorpresa quindi Benjamin Percy.

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Fallen Angels di Hill/Kudranski, una delle serie più oscure, narrativamente parlando, di tutte. Composta da Psylocke (Kwannon), X-23 e Cable (quello giovane), pare che la serie sia già stata messa in pausa dopo sei numeri, pare per motivi collegati agli impegni di Hill ultronei rispetto alla testata. Una motivazione maggiormente probabile potrebbe essere quella collegata alle scarse vendite o interesse.

Le conclusioni su Fallen Angels paiono avvalorate dagli altri tre titoli facenti parte della Wave 2, ovvero:

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Hellions di Wells/Segovia, il ritorno dei Satiri, non si sa molto su questo relaunch se non che, appunto, Kwannon sembra essere nel roster insieme ad alcuni membri storici dei Satiri, tra cui Empath.

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Wolverine di Percy/Kubert, il ritorno regolare del Canadese artigliato più amato di tutti i tempi, da troppo assente una sua regular. Legittimo aspettarsi anche la presenza della sua protege X-23, specie vista la sua notevole importanza avuta negli ultimi anni. Scontata anche l’apparizione di Sabretooth, sicuramente.

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X-Corp di ???/Carnero, altra testata misteriosa, di cui è noto solo il disegnatore. Il nome della X-Corp non è però tuttavia nuovo, apparve per la prima volta nella run di Joe Casey e Ron Garney su Uncanny X-Men, con cui si battezzò in questo modo un gruppo paramilitare di mutanti, con sfumature diverse dalla X-Force, divenuta poi una sorta di forza di pacificazione internazionale mutante durante la gestione di Grant Morrison (New X-Men #128). Il team ha poi fatto la sua comparsa anche nel periodo X-Treme X-Men di Claremont, come molto vicino alla X.S.E (di cui non si esclude a questo punto una sua apparizione, magari capitanata da Bishop, anche in questa fase della Dawn of X, così come non avrebbe senso dubitare di un futuro X-Club con Nemesis e Bestia, viste le recenti apparizioni nonché gli eventi dell’Arbor Magna). Voci di corridoio danno come scrittori possibili Vita Ayala e Leah Williams (probabile, vista la menzione da parte di Jordan D. White), oppure un Kieron Gillen (difficile).

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Altri titoli limited annunciati sono X-Men/Fantastic Four di Zdarsky e Terry Dodson, composta da quattro numeri esploranti gli eventi successivi a quanto visto in House of X #1 ed il futuro di Franklin Richards. Altro ciclo di oneshot mensili sarà quello di Giant Size X-Men, di cui risultano annunciati due titoli e almeno uno immaginato come rumor. 

 

Il primo riguarda la strana coppia Emma Frost/Jean Grey, sarà scritto da Jonathan Hickman e disegnato dalla superstar Russell Dauterman, e probabilmente andrà ad esplorare lo strano rapporto odi et amo delle due, nonché quello con Scott Summers.

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Il secondo riguarderà il Signore del Magnetismo, Magneto, scritto sempre da Hickman e disegnato da Ben Oliver. Si tratterà sicuramente di un albo collegato a quanto visto a partire da HoX/PoX, evitando le storie di X-Men Nero (ciclo di oneshots sui principali villains mutanti, tra cui appunto quello su Magneto, scritto da Claremont).

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Un terzo albo, non ancora annunciato, riguarda un possibile tributo a Mr. Sinister, e si vocifera Kieron Gillen ai testi, ma si tratta solo di voci di corridoio al momento.

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Questi sono al momento tutti i titoli della Dawn of X annunciati (od in corso di pubblicazione in America, oltretutto pare che in USA usciranno raccolti in un unico volume, così da evitare spiacevoli dispersioni). Solo il futuro potrà dirci del valore, nonché del retaggio di questa titanica impresa editoriale firmata Hickman/Marvel. Tuttavia l’asticella è già così in alto da ricordarci i bei tempi andati quando i mutanti contavano davvero qualcosa, proprio come sta [ri]succedendo ora.

Come direbbe qualcuno

Just look at what we have made”

o ancora

Is what we have perfect? No. What is? But it’s a start — and a good one

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What lies ahead (Dawn of X, conclusione di Mattia Sferrella)

Una nuova Alba è alle porte per i nostri amati mutanti. Jonathan Hickman, demiurgo di Shield, Fantastici 4, FF, Ultimates e Avengers, da qualche mese ha preso in mano le redini del sottobosco mutante per portarlo verso lidi inesplorati e per condurlo verso il futuro, attraverso una trovata narrativa che pesca a piene mani nella continuity, elevando personaggi come Krakoa a simbolo di un qualcosa di immenso. Se in House of X e Powers of X assistiamo al set up del futuro editoriale dei mutanti, con l’avvento della Dawn of X Hickman inizia pian piano a scoprire le carte, assumendo il ruolo di supervisore oltre che quello di sceneggiatore di X-Men. I titoli sono tutti più che conosciuti dagli appassionati, e ovviamente rievocano i momenti migliori dell’era Claremont, partendo da New Mutants per arrivare a Marauders, senza dimenticare il nuovo asset di Excalibur e di X-Force, tutte testate affidate a collaboratori di talento che remano tutti nella stessa direzione nel nuovo affresco mutante. Anche testate discutibili come Fallen Angels hanno il loro perché (lo stiamo ancora cercando in realtà), e presto la famiglia si allargherà grazie agli esordi di X-Corp (citazione delle run di Morrison e Casey) ed Hellions. Se della prima si conosce solo il nome della disegnatrice, la lanciatissima Carmen Carnero che con le sue matite ha impreziosito X-Men Red e Capitan Marvel, della seconda sappiamo tutto quello che ci serve per iniziare: un team improbabile, Zeb Wells alle storie ( in realtà per la Marvel a parte una vecchia run di New Mutants ne ha scritte ben poche, ma ha sempre lasciato un segno riconoscibile), Stephen Segovia alle matite, ex clone di Yu che sembra aver intrapreso una strada artistica diversa, più attenta al dinamismo che ai tratteggi soffocanti. Dulcis in fundo, poteva mancare il rilancio di Wolverine nella sua serie personale? Assolutamente no. E ringraziamo Hickman per averci tolto Soule dalle sceneggiature per regalarci un Benjamin Percy in stato di grazia, come sta testimoniando la serie X-Force, una sorta di CSI mutante, è il sempre amatissimo Adam Kubert alle matite coadiuvato da Viktor Bogdanovic, giovane disegnatore di scuola Capullo che avrà il compito di alternarsi con una leggenda del tavolo da disegno. Insomma, se il 2019 per i mutanti si è concluso con il botto, il 2020 si aprirà con nuove bombe pronte a sconvolgerci e a divertirci, come i nostri amati personaggi hanno fatto per tanti anni prima di un triste declino editoriale. Ma la Nuova Alba sta arrivando, e noi siamo qui felici e pronti ad ammirarla.

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The Other X-Fam.

In chiusura è bene anche fare qualche rimando alle serie “ancillari” degli X-Men, che molte volte si sono rivelate ben superiori rispetto alla “padrona di casa”. L’elencazione non ha alcuna pretesa di completezza, ma a parere degli scriventi si tratta delle storie maggiormente incisive (sono stati volutamente omessi gli eventi crossover, in quanto citati in apertura o non pertinenti, salvo House of M).

 

New Mutants 1: Cosa succede invece quando gli X-Men muoiono apparentemente (Saga della Covata e della Stella Binaria) e il professor X si ritrova senza il suo sogno? Semplice, recluta una nuova squadra composta da ragazzini e li scaglia nella continua lotta per l’uguaglianza che da sempre caratterizza la vita dei mutanti. Cannonball, Sunspot, Magik, Mirage, Karma, Magma, Wolfsbane, Cypher e l’alieno Warlock sono i Nuovi Mutanti, e come per la seconda genesi anche qui viene bissato l’esperimento riuscito del gruppo multietnico. Anche in questo caso l’artefice è Chris Claremont, che all’apice della sua carriera è una fucina di idee e ci regala questa serie parallela nella quale alla lotta per la sopravvivenza si aggiungono drammi adolescenziali. La serie raggiunge il suo punto più alto con l’arrivo alle matite di Bill Sienkiewicz, che insieme a a Claremont realizza una run che è entrata nella leggenda donandoci personaggi più che tridimensionali. Con il passare degli anni arriva la scrittrice Louise Simonson che prosegue con sensibilità il lavoro del suo predecessore fino all’arrivo del giovanissimo e vulcanico Rob Liefeld che trasforma questo gruppo di ragazzini in veri e propri soldati addestrati da Cable, colui che si rivelerà essere il figlio di ciclope e del clone di Jean Grey Madelyne Pryor. I nuovi mutanti diventano X-Force, vengono considerati dei terroristi. Non sono più ragazzini, ma un gruppo di uomini e donne determinati a proteggere il sogno di Xavier con ogni mezzo necessario.

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X-Factor 1: Jean Grey era Fenice. Fenice muore nelle ultime drammatiche pagine della storica “saga di fenice nera”, e con lei muore il cuore degli x-men. Anni dopo, sulla serie Fantastici Quattro John Byrne, disegnatore della suddetta saga, spiazza i lettori rivendendo che Jean Grey non era mai stata la fenice, ma che dopo l’incidente dello shuttle che portò alla nascita di fenice stessa, rimase in stasi per anni in un bozzolo in fondo all’oceano. I Fantastici 4 recuperano la giovane e contattano Ciclope che abbandona l’allora moglie Madelyne Pryor ( che in seguito nella saga “Inferno” proverà a tutti i costi a farla pagare all’ex marito) e riunisce i cinque x-men originali sotto le mentite spoglie di un gruppo di cacciatori di mutanti chiamato X-Factor. L’opinione pubblica li adora, loro all’insaputa del mondo proteggono i loro simili. Su queste pagine assistiamo all’arrivo di Apocalisse e dei suoi Cavalieri, e alla trasformazione di Warren Worthington ( l’Angelo) nel letale cavaliere Arcangelo. Questa serie raggiunge il suo culmine con il ciclo finale scritto da Claremont che pone le basi per le origini di Cable stesso, rivelate poi diversi anni dopo.

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X-Factor conserverà poi un potenziale editoriale mica da ridere quando da team d’azione verrà riconvertito in agenzia investigativa, dove ad occuparsene rimarrà Peter David (ve lo ricorderete per l’unica run meritevole su Hulk, durata dieci anni), il quale creerà una delle run maggiormente memorabili per tutti i personaggi in essa coinvolti. Creando complessi arazzi narrativi ancora oggi insuperati, coadiuvato anche da disegnatori non proprio di primo pelo, ivi compreso il nostro Carmine di Giandomenico.

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Excalibur 1: ennesima apparente morte degli x-men, questa volta durante il ciclo “La Caduta dei Mutanti”, ennesimo gruppo che prende il loro posto. Questa volta però le cose sono diverse. Claremont riprende Kitty Pryde e Nightcrawler, rimasti a lungo degenti durante il Massacro Mutante ad opera di Sinistro e i suoi Marauders, e li unisce a Capitan Bretagna, la fata Meggan e la figlia di Scott e Jean di un futuro alternativo Rachel Summers, per fondare Excalibur, il primo supergruppo mutante della Gran Bretagna. A differenza delle altre serie mutanti, caratterizzate da morti e tragedie, Excalibur è una serie divertentissima e piena di humor e personaggi bislacchi, complici le plastiche matite dell’allora astro nascente Alan Davis. Con il passare degli anni e con l’abbandono del team creativo che più di ogni altro ha consacrato la testata, Excalibur perde mordente pur restando nei cuori degli appassionati dei mutanti. Inutile dire come salvo una parentesi da parte di Warren Ellis, Excalibur non ritroverà mai più la verve editoriale iniziale, neppure adesso durante la Dawn of X. E’ stato recentemente pubblicato l’omnibus contenente i trentasei numeri vitali della serie originale (Claremont/Davis). Tuttavia vi consiglio di recuperare (all’interno degli spillati di Wolverine, era Play Press/Marvel Italia) i numeri che arrivano almeno fino al 55, con le storie scritte e disegnate da Alan Davis e i primi passi di Joe Madureira come disegnatore.

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Generation X: Prima Genesi. Seconda Genesi. Nuovi Mutanti. Gli X-Men ormai sono diventati quasi tutti adulti e manca la leggerezza di storie adolescenziali che tanto successo hanno fruttato al brand negli anni 80. L’erede designato di Claremont, Scott Lobdell, si unisce al disegnatore Chris Bachalo per creare un nuovo gruppo di studenti guidato da Banshee e dalla redenta Emma Frost. La nuova generazione degli X-;en, insomma. Generation X è un successo di critica e pubblico e negli anni 90 appassiona i lettori grazie a sequenze memorabili e storie che trattano la diversità in maniera molto intima e delicata, attraverso tragedie e vicissitudini personali che segnano irreversibilmente i ragazzi. Purtroppo la serie perde il suo appeal sul pubblico solo l’abbandono di Lobdell e Bachalo, ma storie come “Diverso” sono ancora ricordate con molto affetto. Come per Excalibur, vi sono stati numerosi tentativi di riportare in vita la Generation X, tuttavia alla Marvel non hanno mai capito che Gen.X non equivaleva all’intenzione di voler sdoganare storie per bambini con problemi irrilevanti, ecco perché il tentato rilancio fu un buco nell’acqua (Christina Strain/Amilcar Pinna).

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X-Force (originale): dalle ceneri dei Nuovi Mutanti nasce la X-Force di Rob Liefeld, dalla quale verranno in esistenza Cable, Deadpool, Stryfe e altri personaggi (come Domino). La serie è ricordata per essere stata il preludio alla Dark Age of Comics e per l’avvento dello stile ipercinetico e anatomicamente errato di Rob Liefeld. La serie durerà per 130 numeri (con scrittori diversi) per poi concludersi e proseguire in X-Statix.

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X-Force di Kyle e Yost (2008): Cosa succede quando Ciclope chiede a Wolverine di creare un covert ops team con licenza di uccidere? Nata dopo gli eventi sanguinosi di Messiah Complex, è ricordata per lo stile peculiare di Clayton Crain nonché per l’efferatezza delle storie principali. Ancora nella nostra memoria le scene finali di Angeli e Demoni (od anche quelle di Necrosha). La serie vede oltretutto la prima partecipazione di X-23 in pianta stabile dai tempi dell’introduzione di Claremont, le cui origini vengono narrate da Yost/Kyle in Innocenza perduta e Obiettivo X. La serie terminerà con Secondo Avvento, ma quello che arriva dopo è pure meglio.

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Uncanny X-Force di Rick Remender e Jerome Opena: Remender prende la situazione successiva a Secondo Avvento e crea una delle run migliori di tutti i tempi, con delle caratterizzazioni mai pensate fino a quel momento, ma non solo, ogni story-arc riesce incredibilmente a superare quello precedente (questo almeno finché rimane Opena ai disegni). Le scene finali della Saga dell’Angelo Nero sono ancora tutte stampate nella nostra memoria.

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X-Force 116/ X-Statix 1: Anni 2000. Joe Quesada viene nominato Editor in Chief della Marvel dopo l’enorme successo della linea Marvel Knights, e si presenta portando autori del calibro di Grant Morrison e Frank Quitely sugli X-Men. Parallelamente decide di affidare le redini di X-Force a Peter Milligan e Mike Allred, due autori piuttosto atipici per una testata così mainstream. Ma X-Force non è la stessa creata da Liefeld, bensì un supergruppo di mutanti dai poteri bizzarri che pensano molto più allo showbiz ed al successo personale che ad essere eroi. Droghe, fama, alcol, sesso e morte sono alla base di questo titolo sconvolgente che in pochi mesi diventa un cult amatissimo, tanto da meritare pochi mesi dopo un rilancio con il titolo X-Statix, che porta i personaggi ancora di più all’estremo e che ci regala storie sempre più sopra le righe fino al tragico finale. X-Force/ X-Statix è un’impietosa satira sul mondo dello spettacolo che non risparmia pugni nello stomaco, tanto da essere stato il primo titolo della Marvel dopo decenni ad uscire senza la censura del Comics Code.

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X-Treme X-Men: ovvero la X-Force di Chris Claremont e Sal Larroca se fosse stato permesso al primo di scriverla (la risposta è no, poiché la Marvel aveva appena chiuso il deal con Grant Morrison), si tratta di una storia parallela dello XSE (il team di mutanti sanzionato dal Governo Americano). La serie è particolarmente verbosa (come tutta la roba di Claremont) tuttavia non si risparmia in quanto ad azione e trama. Ottima prova per il primo Larroca (il primo stile artistico), ci ricordiamo ancora tutti le sue X-Women. Tra i cambiamenti più importanti si ricordano sicuramente la morte di Psylocke e la metamorfosi di Bestia.

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X-Men Forever Vol. 1 e 2: Si tratta di 40 numeri circa di storie alternative scritte da Chris Claremont tra il 2009 e il 2010. L’idea di base, almeno della prima serie, era che Chris Claremont avrebbe iniziato la run da dove l’aveva lasciata al termine di Rubicone (nel 1991) prima del suo addio. Tuttavia nel corso della prima serie è emerso non solo perché quei cambiamenti non furono accettati a suo tempo, ma emerse altresì l’intenzione di scrivere la serie come un elsewhere qualunque, slegato dalla presunta continuity passata.

Si vedeva chiaramente l’amore che provava Claremont per la sua creatura migliore, Kitty Pryde (amore già dimostrato anche in X-Treme X-Men), che in Forever raggiunge il suo apice.

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X-Men: Gli Anni Perduti: Ovvero cosa sarebbe successo se a John Byrne fosse data l’occasione di scrivere tutti i numeri compresi tra X-Men 93 e Giant Size del 1975. La serie è importante poiché dimostra l’enorme potenziale narrativo/artistico di John Byrne (come se ce ne fosse bisogno, basta ricordare la sua memorabile run su Alpha Flight, ovvero i mutanti canadesi, di cui si consiglia caldamente la lettura).

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Tra gli eventi invece, oltre a quelli già visti nel corso dell’articolo, si consiglia sicuramente la lettura di House of M, specie visto l’epilogo, il quale costituisce la backbone di tutte le storie moderne successive con riferimento ai mutanti. Da leggersi successivamente a Vendicatori Divisi. Analogamente consigliamo anche la lettura di Genesi Letale di Ed Brubaker, la quale introduce un enigmatico terzo team originale di mutanti (i mutanti dimenticati di Moira) ed il terzo fratello Summers. Essenziale senza dubbio.

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Ingiusto sarebbe non dedicare due parole anche alla controparte Ultimate (ovvero la vecchia Terra-1610, cancellata dall’evento Secret Wars). Non tanto per l’impatto avuto oltre il medium dei fumetti (senza gli Ultimates di Mark Millar e Bryan Hitch non ci sarebbe mai stato alcun film degli Avengers), senza contare la definitiva consacrazione di Brian M. Bendis come autore, quanto per il travagliato rapporto con gli X-Men di questo universo.  Se gli Ultimates di Millar (Genio mondiale della nona arte, nonché creatore della linea Ultimate) gettarono le basi per la controparte cinematografica dei Vendicatori, ecco che gli X-Men, dopo l’omonimo film di Singer, furono costretti, trovandosi schiacciati da circa mezzo secolo di continuity, a reinventarsi seguendo un processo opposto a quello degli Ultimates. Con Ultimate X-Men la Marvel compierà un vero e proprio reboot  delle origini degli X-Men, trattandoli come personaggi al debutto o quasi, raccontati in un presente alternativo (quello di Terra-1610) e depurati della main continuity di Terra-616. Con “Ultimate X-Men” quindi si riparte da zero, e per farlo è stato scelto un team creativo davvero all’altezza: lo sceneggiatore Mark Millar ed il disegnatore Adam Kubert, un maestro assoluto dell’era mutante (all’epoca). Per il background della serie Millar si è molto ispirato al film di Singer, sia sul versante iconografico che per la cupezza degli scenari: le scure divise in lattice degli X-Men sono un chiaro tributo al modello cinematografico e, come nel film, la gestione delle mutazioni genetiche è diventata un grave problema d’ordine politico-sociale. Per contrastare l’anello successivo della propria evoluzione, ovvero i mutanti, la razza umana ha preso contromisure drastiche: le Sentinelle create dallo scienziato Bolivar Trask, giganteschi robot concepiti appositamente per terminare i mutanti. Ed è proprio il primo story-arc ad introdurci ai “vecchi personaggi resi nuovi”, fu uno shock per il lettore dell’epoca, il quale si ritrovò tutti i suoi eroi, e non, sotto una nuova luce. Lo stesso successe però anche per Ultimate Spider-Man e per gli Ultimates, se però questi due esperimenti furono ben più di un semplice successo, Ultimate X-Men finì presto preda di un riciclo di storie abbastanza pesante e stagnante da un punto di vista narrativo, specie (come sempre) successivamente all’abbandono di papà Millar. Di fatto la fine di Ultimate X-Men fu l’avanguardia della situazione post-2012 sui mutanti (ovvero la All New All Different dopo Secret Wars).

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La lista non è esaustiva e si tratta ovviamente di semplici consigli sulle serie che a noi hanno emozionato maggiormente, ma questo non vuol dire che debbano essere anche le vostre scelte. La famiglia Mutante si è dimostrata da sempre ostica da gestire, complici anche editor e scrittori non proprio abili a navigare nel mare magnum del sogno di Xavier, incapaci di apportare qualsivoglia idea nuova e meritevole di essere letta.

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Some Final words (Conclusione di Massimiliano Perrone)

Siamo finalmente arrivati alla fine di questo lunghissimo articolo (e anche voi, se avete letto fino a queste ultime righe). Un articolo che ha avevo teorizzato durante l’uscita americana dei primi due numeri di HoX e PoX, quindi inizio agosto. Procrastinato per i motivi più disparati, arrestato un numero infinito di volte e, infine, quasi del tutto accantonato a causa dello scarso tempo a disposizione. Fortunatamente la mia richiesta di aiuto è stata raccolta da buon Mattia Sferrella, conosciuto sui principali gruppi social come esperto mutante non di seconda caratura. Dal sodalizio ne è uscito un totale ripensamento di tutta l’impalcatura dell’articolo. Non solo Hickman, ma anche coloro che vennero prima. Ovviamente non si poteva trasfondere tutta la storia mutante in un solo articolo, né sarebbe stato possibile fare un’enciclopedia “mutante”. Allo stesso modo non sarebbe stato eticamente corretto spoilerare tutto il rilancio Hickman. Quello che quindi avete letto è un compromesso tra quello che avremmo voluto fare e quello che effettivamente abbiamo fatto, proprio in un perfetto stile compromissorio di matrice “xaveriana”. La volontà di soffermarsi solo sui numeri uno, senza contare i soft reboot che si sono visti più volte, si è resa necessaria perché solo questi sono stati realmente incisivi nella cronistoria mutante.

Impossibile immaginarsi i mutanti senza Giant-Size X-Men (o comunque anche senza Stan Lee e Jack Kirby) degli anni settanta; allo stesso modo nessuno poteva aspettarsi lo strapotere di Jim Lee, anche editoriale, durante i primi anni novanta. Nello stesso modo nessuno avrebbe mai più creduto ai mutanti all’inizio degli anni duemila (ed a nulla sarebbe servito l’input degli Ultimate X-Men).

L’arrivo di Morrison fu una ventata d’aria fresca in una casa chiusa da troppi, davvero moltissimi, anni. Contemporaneamente si erano altresì appianate le divergenze tra Marvel e Top Cow Comics (sub-imprint Image facente capo a Marc Silvestri), e quest’ultima fu in grado di prestare la sua scuderia di disegnatori purosangue alla prima (basti citare il periodo di Vendicatori Divisi e quello di Messiah Complex). Anche se la vera star di quel periodo resterà sempre Frank Quitely.

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Con Whedon però cambiò tutto nuovamente, basta misteri o intrighi, l’Autore decide di soffermarsi sulla golden couple mutante, Kitty e Colosso. Solo certe storie riescono ad impressionare i maschi ad un livello superiore della controparte femminile, ed il sacrificio planetario della Pryde e tra questi.

Dopo non vi fu nulla, nulla per dieci lunghi anni. La famiglia mutante si reggeva essenzialmente su un manipolo di testate secondarie, slegate dai pesanti catenacci editoriali che imprigionavano la testa ammiraglia, imbrigliata oltretutto in scelte narrative davvero discutibili e già viste. Gli X-Men stavano soffrendo, per qualcuno erano anche morti probabilmente (la morte di Xavier non era casuale), a ben vedere meglio morti che in coma editoriale (meglio così che fare la fine degli Inumani, la cui storia più bella risale a Paul Jenkins, seguita dalla loro “morte” per mano di Donny Cates). L’arrivo di Hickman fu quindi da ritenersi come salvifico in ben più di una maniera, ma ha anche evidenziato il problema del controllo creativo degli editors sulle proprietà intellettuali della Casa delle Idee. Di fronte a “maglie troppo strette” nessun personaggio è in grado di evolversi e dire la sua (la cosa sta succedendo attualmente coi Vendicatori di Aaron, i quali paiono non dire nulla fin dal primo numero, diversamente dal suo, già, leggendario Thor) e non sempre è possibile chiedere aiuto a scrittori del calibro di Hickman (oppure mi viene in mente Rick Remender o Ed Brubaker, ancora insuperato è oggi il suo Capitan America). Fortunatamente la Marvel pare avere due galline dalle uova d’oro come Al Ewing e Donny Cates, vedremo se la Casa delle Idee riuscirà ad azzoppare, editorialmente parlando, pure loro due.

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In chiusura, la linfa mutante pompata da Hickman permetterà ai mutanti ancora molti anni di vita editoriale, decenni senza ombra di dubbio. Sarà però onere (e onore) di chi verrà dopo saper maneggiare con cura questa “quarta genesi” perché non è così sicuro che ce ne sarà una quinta. Detto in altri termini, speriamo sia una vita meritevole di essere vissuta e non una mera sopravvivenza editoriale.

Brindiamo perciò, con speranza, ad altri dieci, cento, mille anni del Sogno di Xavier e di tutto la sua Famiglia Mutante. Senza dimenticarci dei loro veri creatori, Stan Lee e Jack Kirby, vi ringraziamo.

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